sabato , 27 maggio 2017

Botero
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Al Vittoriano fino al 27 agosto si festeggia uno dei più popolari artisti a livello internazionale, la cui opera riattiva il dibattito secolare sulla funzione dell’arte in epoca moderna. Tra gli elementi caratteristici dell’arte degli ultimi 50 anni, troviamo senza dubbio il suo rapporto con la cultura di massa; un rapporto che può essere da …

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La coerenza della forma figurativa come fuga dal caos

Al Vittoriano fino al 27 agosto si festeggia uno dei più popolari artisti a livello internazionale, la cui opera riattiva il dibattito secolare sulla funzione dell’arte in epoca moderna.

Tra gli elementi caratteristici dell’arte degli ultimi 50 anni, troviamo senza dubbio il suo rapporto con la cultura di massa; un rapporto che può essere da un lato problematico e polemico, perciò di rifiuto oppositivo, dall’altro invece accondiscendente, allineato con le esigenze del mercato. Questo bivio caratterizza d’altronde buona parte della produzione artistico-contemporanea fin dagli inizi del XX secolo, perché è uno dei punti nodali su cui si basa il dibattito relativo alle avanguardie; negli ultimi decenni, tendere all’estremo tale argomentazione ha prodotto come risultato da un lato un’arte che programmaticamente rifiuta e ripudia il gusto del pubblico, un’arte oltraggiosa, che resta isolata nella torre d’avorio degli specialisti; dall’altro lato, un’arte in sintonia col gusto popolare, che subordina la sperimentazione artistica e la sua funzione critica al mero principio di piacere, facendo dell’arte oggetto di arredo e design, che piuttosto che scuotere la coscienza del fruitore preferisce soddisfarne la ricerca di appagamento sensoriale.

A partire da questa abbozzata polarità dicotomica, che potrebbe fungere da modello interpretativo delle tendenze dell’arte contemporanea, il pittore e scultore colombiano Fernando Botero è probabilmente l’artista più noto e prestigioso della seconda tendenza, ovvero quella che mira allo sconfinamento del dominio dell’arte nell’orizzonte della popular culture; Botero, nel corso dei decenni, opera tale sconfinamento in maniera più spontanea e naif rispetto alla Pop art e a Warhol: non si tratta di esibire la confluenza di arte e mercato mettendola a nudo, ma di prenderne pienamente parte sfiorando o persino “toccando” il kitsch, affidandosi a stilemi accademici e a tecniche di figurativismo che possono apparire logore se non addirittura obsolete.
Non si tratta di rimproverare la reiterazione dei medesimi stilemi: la “coazione a ripetere” è una delle caratteristiche tipiche dell’arte moderno-contemporanea, che ha tra i protagonisti maestri che hanno risolto la loro produzione decennale su singole idee (da Mondrian a Morandi, da Warhol a Haring ecc.). Ma a tale propensione all’idea unica, Botero fa confluire un ritorno netto alla dimensione figurativa; certo una figurazione sfigurata, stravolta, come quella del fauvismo, della scultura di Giacometti o della pittura di Bacon. Se le sculture di Giacometti sono a un passo dallo scomparire per la loro sottigliezza, le sculture di Botero sono volumi gonfi e sferici che sembrano sul punto di esplodere; e se le pitture di Bacon mettono in scena la carne e la vibrazione dei corpi, immortalati un momento prima di scoppiare invadendo lo spazio, in Botero l’abbondanza volumetrica non è affatto manifestazione tesa, ma pacificazione dei sensi.

La mostra in corso presso l’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano di Roma è un omaggio sentito al maestro colombiano, che proprio con tale mostra festeggia i suoi 85 anni; si tratta di un percorso che passa attraverso la carriera dell’artista dedicandosi soprattutto però agli anni ’90 (presenti all’esposizione Donna seduta del 1997 e Il presidente e la first lady del 1989), e che propone realizzazioni recenti degli ultimi anni. Un limite è l’assenza della produzione giovanile degli anni ’50, presente all’esposizione solo con un’opera del 1959 appartenente al ciclo ispirato a Velàzquez, che testimonia della vicinanza impensabile del giovane Botero all’informale parigino di Dubuffet o al già citato Bacon. Questo diventa uno spunto interessante, perché è come se dimostrasse come Botero abbia raggiunto il suo stile caratteristico e la costruzione volumetrica del suo sguardo onirico e fantastico avendo però attraversato i meandri angoscianti e inquietanti dell’informale: l’approdo al neofigurativismo si dimostrerebbe perciò come una sorta di salvezza, una fuga dal caos.

In questo senso, la dialettica tra avanguardia e mercato, tra arte come oltraggio e arte come oggetto di arredo si attiva nuovamente rendendo le cose ancora più complicate di come possono apparire: se le copie delle tele dell’espressionismo astratto della Scuola di New York vengono vendute in abbinamento ai colori delle pareti degli studi di Manhattan riducendosi a mero decorativismo, e se l’arte materica europea ha subito lo stesso destino, allora la vera avanguardia passa probabilmente nel recupero della tradizione, intesa tanto sul piano dei mezzi di realizzazione artistica quanto sul piano della tecnica stilistica. Se la biennale non è più il luogo della pittura, allora l’artista innovativo è paradossalmente quello che dipinge; e se quei pochi che dipingono non dipingono più figure e non raccontano storie, allora Botero è doppiamente all’avanguardia perché si distingue dalla massa postmoderna, spesso ben più reazionaria e ideologica dei conservatori.

La mostra continua:
Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Via di San Pietro in Carcere, Roma

Botero
dal 5 maggio al 27 agosto
da lunedì a giovedì 9.30 – 19.30, venerdì e sabato 9.30 – 22.00, domenica 9.30 – 20.30

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