giovedì , 25 maggio 2017
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Singer Lady Gaga and artist Jeff Koons attend her ARTPOP album release and artRave event the Brooklyn Navy Yard on Sunday, Nov. 10, 2013 in New York City. (Photo by Evan Agostini/Invision/AP)

Dalla Pop Art all’Artpop, da Jeff Koons a Lady Gaga e ritorno
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Comprendere l’arte contemporanea e soprattutto le tendenze più significative dell’arte degli ultimissimi anni, significa comprenderne l’approccio eretico e blasfemo, senza l’ambizione di risolvere contraddizioni relative al rapporto tra l’arte e le altre dimensioni proprie della società attuale. Il dibattito sul rapporto tra arte e mercato è un dibattito che ha segnato tutta la modernità culturale …

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Cronache dell’immaginario

Comprendere l’arte contemporanea e soprattutto le tendenze più significative dell’arte degli ultimissimi anni, significa comprenderne l’approccio eretico e blasfemo, senza l’ambizione di risolvere contraddizioni relative al rapporto tra l’arte e le altre dimensioni proprie della società attuale.

Il dibattito sul rapporto tra arte e mercato è un dibattito che ha segnato tutta la modernità culturale dell’Occidente, fin da metà Ottocento; nel corso di quasi due secoli, questo rapporto tra arte e mercato ha assunto innumerevoli forme, rinnovando continuamente le considerazioni di tipo teorico e antropologico, e soprattutto trasformando continuamente le categorie proprie dell’estetica e la stessa idea di arte. In questo ordine di problemi si è posto anche il conflitto ideologico che ha caratterizzato il secondo Dopoguerra, relativo alla mai pacificata diatriba tra “cultura alta” e “cultura bassa”, tra arte e consumo. In altre parole, da Charles Baudelaire arrivando a Jeff Koons, passando per la Pop Art, l’ambito dell’arte si è posto come problema “strutturale” e costitutivo quello del suo rapporto col mercato: rispetto alla tradizione antecedente, l’arte moderna è consapevole della sua necessaria confluenza con la cultura di massa, dal momento che i suoi prodotti sono da subito inscritti all’interno del circuito delle merci.

In realtà, il movimento di “abbassamento” dell’arte, scesa dalla sua torre d’avorio e intenzionata ad abitare lo spazio popolare della nuova società dei consumi, è sempre stata una mistificazione: gli artisti che hanno cavalcato la confluenza di arte e mercato, di dimensione artistica e successo mediatico, proponendo una definitiva abolizione del confine tra cultura elitaria e cultura popolare, in realtà non hanno che reiterato tale confine, continuando a celebrarsi nella dimensione artistico-elitaria. In altre parole, snaturare la dimensione artistica è stata un’azione concettuale però iscritta all’interno dei confini dell’arte, e perciò l’arte è restato ed è il recinto all’interno del quale tali personalità hanno messo in questione l’arte stessa. L’approccio schizofrenico e paradossale è stato a senso unico: la nobiltà del discorso artistico non è stato mai messo in questione, esso non si è mai autenticamente snaturato, dal momento che il suo “abbassamento” alle esigenze del mercato è avvenuto in maniera cosciente, volontaria, deliberata.

L’attuale scenario artistico-culturale, se è veramente disposto (al di là dei proclami progressisti) a inoltrarsi nella confusione e convergenza di sperimentazione linguistica ed esigenze economiche dettate dalla società dello spettacolo, deve rivolgersi a quegli interpreti che si focalizzano sull’altra dinamica, complementare alla prima ma oggi ben più incisiva e importante: da un lato gli artisti che, per definirsi tali, mantengono il criterio e il valore della categoria “arte” come è stata storicamente sempre compresa, per poi sporcarla e contaminarla rivolgendosi alla popular culture rimanendo però nella dimensione della creatività artistica; dall’altro lato, le icone della pop culture che invece sono iscritte in una dimensione extra-artistica, da subito rivolte alle dinamiche massmediali del successo e della promozione, che si avvalgono delle categorie dell’arte per potenziare ulteriormente la loro presa sull’immaginario.

Facciamo riferimento al caso maggiormente esemplificativo: il rapporto tra Lady Gaga e il già citato Jeff Koons, che determina un’ulteriore sviluppo rispetto al rapporto tra i Velvet Underground e Andy Warhol della fine degli anni Sessanta. Se infatti la band storica di Lou Reed si poneva da subito come una realtà sperimentale per lo stesso linguaggio rock, dallo stile a suo modo sofisticato per quanto lo-fi, Lady Gaga è l’autocelebrazione del Pop non inteso come Pop Art, ma nella sua diretta connessione col consumo massivo. Lady Gaga è il risultato dello sviluppo estremo della nevralgia di arte e mercato, espressa nella inversione delle categorie (dalla Pop Art, ad Artpop, non a caso titolo di uno dei suoi dischi): per quanto arte e cultura pop si fossero sempre contaminati, l’arte manteneva la priorità, come se a lei spettasse la pratica di contaminazione per una sua presunta superiorità spirituale. L’autentica fusione si è avuta proprio quando l’arte ha perduto tale superiorità lasciando alla popular culture le redini del gioco, che ha iniziato a sfruttare i principi e le categorie dell’arte: non è più l’arte ad attingere alla cultura di massa (le statue di Michael Jackson di Jeff Koons e le serigrafie di Warhol) ma è la cultura di massa ad attingere dall’arte. Lady Gaga si è costruita attraverso l’universo dell’arte per autocelebrarsi come icona Pop, non per diventare un’artista né tanto meno per venire pietrificata come accaduto a Michael Jackson: la rivoluzione autentica e non solo acclamata e recitata nel mondo della cultura artistica sta avvenendo solo nel momento in cui il discorso relativo all’arte sorge e si costruisce fuori dell’arte, altrimenti tutto si riduce a un’autocompensatoria tautologia, dove l’arte mette in questione se stessa, pone i suoi stessi limiti per superarli, si disprezza, si autolesiona masochisticamente ma godendo sempre di se stessa. Nel frattempo i videoclip musicali, l’industria mainstream della musica pop e rock, il cinema commerciale, i linguaggi della promozione pubblicitaria sul web, la serialità narrativa alimentano la loro ricerca grazie a categorie estetiche che vengono esteriorizzate dalla sfera specifica delle arti.

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