mercoledì , 16 agosto 2017
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Emma Vitti. Das Ding – Dal di dentro
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La “cosa”. Riuscire ad avvicinarvisi, circondarla, delimitarla, è uno dei possibili compiti dell’arte, ed è quello che – con coraggio – Emma Vitti cerca di fare in Das Ding (in tedesco La Cosa), la sua personale, inaugurata sabato 22 agosto a Palazzo Panichi a Pietrasanta. La cosa è ciò che non può essere guardato, il …

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Quel fastidio salutare

panichiLa “cosa”. Riuscire ad avvicinarvisi, circondarla, delimitarla, è uno dei possibili compiti dell’arte, ed è quello che – con coraggio – Emma Vitti cerca di fare in Das Ding (in tedesco La Cosa), la sua personale, inaugurata sabato 22 agosto a Palazzo Panichi a Pietrasanta.

La cosa è ciò che non può essere guardato, il vuoto, l’irrappresentabile. Si intravede, nell’opera e nello stile di Emma Vitti, un che di molto affascinante, definibile forse quale aspetto o lato femminile – nel senso migliore del termine. Femminile nel tema, nel soggetto, nello sguardo, e anche nell’impostazione della mostra. Ciò che l’artista vuole comunicare è espresso, ma non è né esposto né proclamato, bensì lasciato cadere perché resti in attesa, quasi fosse una possibilità. Un messaggio che non pretende di richiamare l’attenzione su di sé e che non ha paura di rimanere nascosto.

Questo carattere particolare si riflette anche nella decisione dell’artista di non esporre locandine e indicazioni all’esterno del Palazzo, per lasciare l’evento immerso in un’atmosfera di incertezza. Così, il salire le scale di Palazzo Panichi, senza avere idea di dove si stia andando, pensando a come gestire la situazione nel caso si finisca nel bel mezzo di un matrimonio anziché all’inaugurazione, pensando a che sorriso sfoggiare per levarsi d’impaccio, è già una piccola avventura di per sé, un confronto con l’insicurezza e la vergogna, con il rischio di un piccolo fallimento. Uno tra gli interessi di Vitti è trovare un interlocutore in chi osserva le sue opere. E questo incontro effettivamente avviene, perché le opere esposte interrogano coloro che le guardano, e gli ricordano l’esistenza di qualcosa che non doveva essere visto, suscitando un senso di disagio e portando al confronto con lati del sé che normalmente non sono stimolati – aspetti che non si sa neanche come definire. Sono di conseguenza due le sensazioni che restano dentro all’animo di chi visita la mostra: un certo fastidio, inteso come pregio e merito delle fotografie, soprattutto considerando il titolo della personale e le sue implicazioni filosofiche; e il sottile senso di ineluttabilità che caratterizza il ciclo della produzione – in cui qualcosa che esplica la propria funzione, è poi abbandonato e giace senza protestare. In Svuotati, ad esempio, le gomme di lattice scartate dopo il processo di realizzazione delle sculture, esaurita la loro funzione, come pelli o gusci abbandonati, dai tratti dismorfi, non si mostrano, tuttavia, sofferenti né rassegnati. Grazie a esse si racconta l’aspetto violento della bellezza, il suo costo e i suoi caduti, ma senza dolore, perché tutto appartiene al naturale ciclo delle cose e ogni cosa sta semplicemente dove deve stare. Tra gli esempi significativi, come in una strana pietà contemporanea, in una fotografia una donna tiene abbracciato un corpo, mentre altrove la sagoma di gomma della stessa giace piegata su se stessa, quasi riposta in modo ordinato per non occupare spazio o creare disturbo.

In Spellata rosa si mostrano uteri e ambienti rosa, lucidi e di plastica, che – attraverso salti illogici e surreali (dalla gomma infiocchettata alle Cadillac confetto anni 50) – ci immergono in un’epoca fatta di cucine laccate, mariti 9 to 5 e casalinghe che preparano il polpettone. Ma su queste superfici perfette, l’occhio dello spettatore incontra un oggetto strano che si impone allo sguardo, senza tuttavia assumere un’identità precisa. Esso ricorda all’apparenza lo smalto dei denti, e tuttavia, inequivocabilmente, è conficcato di chiodi. La mostra, però, ci mette in discussione come esseri umani soprattutto in alcune opere, dove piccoli particolari emergono lentamente e, come il puntcum di Roland Barthes, attraggono e pungono l’osservatore. Si tratta degli elementi metallici in Carnepersa, e della mosca arrogante e disgustosa che resta placida e incurante al centro dell’immagine, in Corpo d’aria. Elemento importuno e molesto, tanto nella vita quanto nell’atto di essere fotografata e nell’opera, la mosca è l’insetto sempre scacciato, la creatura che nasce dai cadaveri. Di fronte a Fusi confini viviamo infine, e nuovamente, un senso di insofferenza. Nell’immagine, infatti, i piani si alternano in modo disarmonico e non coerente, rendendo difficile la ricostruzione di una figura che, nonostante tutto, continua a guardare l’osservatore con insistenza inopportuna, obbligandolo a voltare, seccato, lo sguardo.

La mostra continua:
Emma Vitti, Das Ding – dal di dentro
Palazzo Panichi
Via Marzocco, 1 – angolo Piazza Duomo, Pietrasanta (LU)
fino a giovedì 10 settembre
orari: da martedì a domenica dalle ore 18.00 alle 24.00 (ingresso libero)

Catalogo: Edizioni Undicesima – testi Alessandro Romanini, Roberto Mutti e Laura Pigozzi in collaborazione con Comune di Pietrasanta e Centro Arti Visive di Pietrasanta

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