giovedì , 23 marzo 2017
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Femke Schaap
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Fino al 12 gennaio è possibile perdersi nelle suggestioni di Models & Simulations, presso la Galleria Il segno di Roma. Le sale della storica Casa dei pupazzi ospitano le coinvolgenti installazioni luminose – commistione di scultura e video arte, immobilismo e movimento – realizzate della concept-artist olandese Femke Schaap e curate da Claudio Libero Pisano. …

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Schizzi d’Autore

Fino al 12 gennaio è possibile perdersi nelle suggestioni di Models & Simulations, presso la Galleria Il segno di Roma. Le sale della storica Casa dei pupazzi ospitano le coinvolgenti installazioni luminose – commistione di scultura e video arte, immobilismo e movimento – realizzate della concept-artist olandese Femke Schaap e curate da Claudio Libero Pisano. Abbiamo incontrato la giovane artista olandese presente a Roma per l’occasione.

Salve Femke, è un piacere conoscerla. Benvenuta a Roma. È la prima volta che viene qui?
Femke Schaap
: «In realtà sono stata molte volte a Roma: la prima in gita con i compagni del corso d’arte e poi, non più studentessa, per il mio lavoro in accademia, organizzando fantastiche escursioni. Ogni volta che torno a Roma non posso trattenermi dal pensare “siamo seduti sulle spalle dei giganti” e, subito dopo, aggiungo “nelle grandi come nelle piccole cose”. Abbiamo la possibilità di muoverci tra le tracce della storia. Stare a Roma mi fa venire voglia di tornarci ancora e ancora».

In questi giorni, la Galleria Il segno sta esponendo la sua personale nel settecentesco Palazzo Toni. Che rapporto ha con l’arte classica? Domanda molto italiana, ne sono consapevole.
F.S.: «Nel mio lavoro, i rapporti vanno dalla scultura e architettura alle suggestioni video. La prima volta che ho visitato Roma, uno dei miei migliori amici, nato e cresciuto qui, ha portato tutto il nostro gruppo, di notte, ai Fori. Mi sono ritrovata così nella fucina della civiltà occidentale, nel buio più totale, circondata da persone che facevano l’amore. Intorno a noi si stagliavano i profili delle rovine appartenute un tempo a diverse tipologie di edifici Romani, religiosi o politici, scontornate dallo scintillio della continua attività urbana circostante, immutatamente caotica da millenni. Credo che questa esperienza abbia definito la mia visione dell’esistenza. Questo ricordo è un’enorme metafora che io sento nel profondo e, ogni volta che torno a Roma, vado ai Fori. Quindi “classico” per me non significa necessariamente capolavori esemplari della perfezione estetica, in marmo oppure olio su tela, ma anche la visione di macerie diroccate».

Models & Simulations è un’esposizione itinerante. Dove è stata e dove andrà dopo Roma?
F.S.: «Lavoro continuamente a Luna Park, Powerplant e Still Life. Alcune delle opere di queste serie compongono esposizioni specifiche, come in un diagramma di Eulero-Venn, e successivamente trovano una loro singolare destinazione nelle collezioni permanenti o private. Oppure sono rielaborate per essere nuovamente esposte. Subito dopo Models & Simulations mi dovrò concentrare sulla realizzazione di una grande installazione video destinata a uno spazio pubblico di Amsterdam. Si chiama WEstLAndWElls e sarà proiettata in maniera permanente in un parco del centro città».

Che cosa significa Models and Simulations?
F.S.: «Ci può essere una mostra di “pitture e dipinti” o “opere inedite”; il claim del mio show potrebbe essere “modelli e simulazioni”, se pensiamo che le videoinstallazioni da me realizzate si possano descrivere come una sorta di maquette e un’esperienza interattiva. I soggetti del mio lavoro sono luna park, set cinematografici, quadri di videogiochi, costruzioni industriali, ambienti ben costruiti che consistono solamente in una facciata e che funzionano intenzionalmente secondo determinati copioni o protocolli. In realtà, questo è un concetto che la dice lunga sulla nostra percezione del mondo oggi, attraverso “modelli e simulazioni”. Da qui il titolo».

Si è già fatta un’idea della scena contemporanea a Roma?
F.S.: «Lavorare con una nota galleria come Il segno, con un bravo curatore e artisti come Guglielmo Castelli è una straordinaria introduzione allo scenario dell’arte contemporanea a Roma. Sono rimasta impressionata anche dalle vibrazioni del MACRO Testaccio».

Come probabilmente sa meglio di me, molti artisti non sono inclini a parlare del proprio lavoro, altri invece amano spiegare, sono interattivi. Le faccio la prossima domanda con cautela: può raccontare a noi di persinsala.it il suo lavoro e la sua mostra?
F.S.: «Ah, ah! Ma non lo stiamo già facendo con tutte queste domande? Per le persone che vedono il mio lavoro solo dalle immagini documentali è spesso difficile comprendere quello che accade nelle mie opere. Io creo installazioni video e sculture nelle quali proietto delle immagini su schermi sagomati e posizionati in modo preciso nello spazio. L’immagine video conferisce una qualità tangibile, ma è allo stesso tempo estremamente effimera, virtuale. Si vorrebbe quasi toccare l’immagine, mettere in movimento i pezzi. Il visitatore può letteralmente camminare nelle installazioni più grandi, trovandosi circondato da un paesaggio spaziale proiettato a video. I temi nel mio lavoro sono la virtualità, gli universi costruiti per illudere e le domande fondamentali sull’esistenza. Nelle opere utilizzo immagini fotografiche ma anche elementi grafici costituiti esclusivamente dalla luce e, qualche volta, mescolo questi due universi per accrescere o spezzare la struttura dimensionale. Realizzo così opere sui disastri perpetrati dagli uomini e sui modelli industriali, sui titoli di film in movimento e sulle esibizioni nelle fiere o nei luna park che, spesso, sono visivamente stupefacenti, quasi ipnotiche e molto gioiose da vedere».

Il curatore della mostra, Claudio Libero Pisano, è stato un apprezzato restauratore specializzato in marmi e gessi antichi. Materia tangibile, pesante. Il suo lavoro è costituito da proiezioni di luce in movimento dinamico. Qual è stato il vostro punto d’incontro? 
F.S.: «Non sono sicura che questa descrizione di Claudio Libero Pisano sia proprio precisa. Io lo ritengo un curatore decisamente aggiornato sulle arti contemporanee, video, fotografia e anche musica. Nel mio lavoro, rendo la luce un elemento tangibile e plasmo immagini effimere di film e video, dandogli forma, volume ed esperienza fisica».

Osservando gli ultimi lavori, Model for Lunapark, Proposal for Lunapark, Stack of Modern Time, l’allegro concetto del luna park è associato a una geometria meccanica in bianco e nero, come fosse parte di un sistema binario di un ingranaggio: ci propone un’immagine ordinata e geometrica, in bianco e nero, come appartenente a un codice binario telematico. A me sono venuti in mente i nuovi mass media e il loro potere di rifornire il pubblico di una felicità artificiale che può generare trance. Può essere corretto?
F.S.: «I luna park mi piacciono tantissimo, per l’esperienza istantanea e non consequenziale che offrono. I film e i giochi mantengono la stessa qualità; in realtà, molte delle nostre esperienze, sensazioni e conoscenze quotidiane si basano su realtà virtuali. D’altra parte, filosofi empirici come Locke e Hume affermano che ciò che possiamo oggettivamente vedere delle cose è il loro volume quando sono in movimento».

Nelle sue opere è rappresentata una scena nello spazio. Le persone fanno parte della scena ma non sono figure centrali, sono piuttosto elementi che generano un’atmosfera. Il fatto che il pubblico si muova e partecipi è fondamentale ma, ciò detto, come intende o interpreta l’umanità?
F.S.: «Dal momento che le installazioni più grandi sono ambienti paesaggistici, i visitatori sono liberi di scegliere quale posizione preferiscano per fare esperienza o prendere parte alle opere. Anche le loro ombre interagiscono mentre i visitatori sono invitati a muoversi, a passarci attraverso, perciò quello che offro è un’esperienza fisica e (di base) interattiva. Tuttavia, la mia non vuole essere una forzatura sul pubblico: sia la scelta di entrare nell’opera sia quella di osservarla a distanza sono equivalenti. È il caso dei miei lavori più astratti sulla luce grafica, o quelli più filmici, nei quali il visitatore deve confrontarsi con situazioni più teatrali. Spesso aggiungo anche elementi archetipici oppure ambigui, in proporzione: i volumi industriali elementari in Powerplant potrebbero anche essere pile di libri. Nel risolvere a mente questo puzzle frammentato, l’immagine e l’esperienza viene interiorizzata. Il cuore di tutto il lavoro risiede in questa esperienza nello spazio e in ciò che si sperimenta nella propria mente: le fondamentali domandi sull’esistenza».

E pensando al singolo, quale ruolo dà all’autore/artista, ossia dove idealmente colloca se stessa all’interno della sua opera?
F.S.: «Io ricevo e interiorizzo informazioni e immagini con grande intensità, poi utilizzo me stessa come filtro per organizzare intuitivamente tali percezioni nello spazio, in modi che ritengo abbiano delle qualità universali, riferendosi alla conoscenza inconscia, alla memoria e agli archetipi. Io mi vedo come una scultrice, che lavora con i materiali, ma anche con il movimento, il tempo e la luce».

La mostra continua:
Galleria Il segno
via capo le case, 4 – Roma
orario 10.30 – 13.00 / 17.00 – 19.30
chiuso sabato pomeriggio, domenica e lunedì mattina
ingresso gratuito
www.galleriailsegno.com

Models & Simulations
opere di Femke Schaap
a cura di Claudio Libero Pisano
fino a domenica 12 gennaio

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