sabato , 21 ottobre 2017
Home | Arti figurative | Lucca, piccola storia di un artista locale

Lucca, piccola storia di un artista locale
Recensioni/Articoli di

La città cresce, la città pensa, la città invecchia. È una signora bruna, sparuti capelli bianchi, difficile che cambi idea. Strimpella i suoi uncinetti in poltrona senza sfilarsi i guanti, basso lo sguardo, e non per modestia. Tutt’altro, facciamo finta che nulla ci riguardi. Non il tempo che  serpeggia a fianco, non il mondo che citofona …

5,00

Quel che vede l’impiccato

La città cresce, la città pensa, la città invecchia. È una signora bruna, sparuti capelli bianchi, difficile che cambi idea. Strimpella i suoi uncinetti in poltrona senza sfilarsi i guanti, basso lo sguardo, e non per modestia. Tutt’altro, facciamo finta che nulla ci riguardi. Non il tempo che  serpeggia a fianco, non il mondo che citofona al di là del mare. La città è in se stessa, ape operaia, ape regina, che si tiranneggia e serve. E ciononostante, cambia, come tutte le cose.

Lucca ha le strade di un distretto portuale, dove uomini e cani battono il passo. Una cultura sognante di bottega artigiana vibra di porta in porta, come un sisma organico. Vie di scultori, di poeti vernacolari, vie di pittori.

Oggi conosciamo Ang.

L’uomo che si firma Ang – pseudonimo di Angelo Romani – porta il retaggio della città di pietra, materna e dispotica come una dea. In lui si riscontra, come in un discreto numero di altri artisti locali, quel bipolarismo acceso tra la tempesta e la quiete. C’è in certe sue tele una pace assordante, e perciò sospetta, che il colore brillante gioca a graffiare. C’è un precipitare di prospettive strane, di fondali che incombono. Ovunque una frenesia in paralisi, con lo spirito che hanno avuto certe opere tra le due guerre.

Confinato per anni dietro il bancone di un bar, Ang sa la città e le sue file di figli, sa il caleidoscopio che è la sua gente e in essa non esita a riconoscersi. Dichiara col prossimo un contatto sporadico, persino inavvertito. Si dichiara: «a volte gretto, scontatamente egoista». Il cerchio compatta strade e persone. Dentro chi è dentro, fuori chi è fuori. E dalla piana urbana, “supporto all’opera che è la vita”, attinge quell’arte che chiama “accettazione”, un debito di parole mancate. Si crea l’arte e la si offre in pegno, come domandando scusa. Ma “il concetto è già finito. L’osservatore non può modificarlo”.

Interrogato sul mondo onirico, il nostro uomo che, sì, dovendo puntare il dito su di un autore, non manca di citare il nome di Dalí, rifiuta il concetto di fantasia come fuga. Quel che ha fatto per oltre un decennio tra le bottiglie, lo replica in se stesso oggi: miscela. Dicono gli antichi che la phantàsia sia per l’artista un vago profumo da imporre, per sublimarla, a una realtà altrimenti scialba. Di animo più romantico e mentalità più orientale, Ang definisce il mondo come sinfonia, algoritmi rotanti, colori in rapida collisione. E la fantasia? «Per assaporare lo spettacolo». E così fanno i suoi soggetti, perduti nell’atto del guardare o del trasvedere, abbiano per oggetto una realtà esigua o un’immensità incomunicabile (La Visione). Gli piace servirsi della metafora dello sguardo nella fessura, quando afferma che: «esistono tante rappresentazioni di un soggetto talmente enorme da sovrastare i limiti dei sensi umani». Il sublime, insomma? Chissà. Ma una cosa è certa: quando asserisce il proprio attaccamento al mondo del fumetto – nel quale lui stesso si è cimentato – Ang dice la verità.

Questi sono i componenti: l’introspezione, il violento colore, un’incrollabile attitudine al fare, un fare che non disdegna nessun supporto, si tratti della tela o della fiancata di una moto. Una pittura che scorre come un flusso di pensieri, tramite l’aerografo a partire dagli anni Novanta, con il morbido effetto di una fantasia; più dedito all’olio nel periodo recente, segnato da cambiamenti che hanno ridimensionato le giornate del signor Romani, adesso in età non più acerba: «Considero i colori a olio il raggiungimento di una maturità artistica che è riflesso di quella anagrafica». Una melanconia da crepuscolo cala sulle sue tele, talvolta più regolari, incorniciate da baluardi rassicuranti, come in Tramonto e Libertà. E tuttavia la foga persiste in altre opere, in un continuo affastellarsi di soggetti inquieti e sognanti, specchio di una mente curiosa e svisceratrice che, come l’Arcano XII, l’Impiccato, fruga nel mondo che teme e nel contempo adora.

Cose che capitano nella città di pietra. Due bottiglie, libri, un tè in San Michele in Foro.

E d’un tratto, sirene.

Tramonto e libertà
Tramonto e libertà

5,00

One comment

  1. Consapevole che quanto segue potrebbe risultare scontato ma la frase che sorgere in me subito dopo una prima lettura di getto dell’articolo è: “meravigliosamente vero che coglie nel segno”!
    La Tofanelli è una garanzia che va coltivata!
    Grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

>

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi