sabato , 21 ottobre 2017
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Picasso-Giacometti | Musée National Picasso-Paris
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Il Museo Picasso di Parigi propone la prima mostra mai organizzata sul rapporto e sulle influenze tra il grande artista spagnolo e lo scultore svizzero Alberto Giacometti. Il risultato? Senza alcuna ombra di dubbio, una delle migliori mostre europee di tutto il 2016. Inaugurata lo scorso 4 ottobre nei locali del Museo Picasso della capitale …

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La politica dello sguardo e la dialettica di un’amicizia

Il Museo Picasso di Parigi propone la prima mostra mai organizzata sul rapporto e sulle influenze tra il grande artista spagnolo e lo scultore svizzero Alberto Giacometti. Il risultato? Senza alcuna ombra di dubbio, una delle migliori mostre europee di tutto il 2016.

Inaugurata lo scorso 4 ottobre nei locali del Museo Picasso della capitale francese ed aperta fino al 5 febbraio 2017, la mostra Picasso-Giacometti rappresenta uno dei momenti maggiori tra gli eventi culturali francesi del 2016. Curata da Catherine Grenier, direttrice della Fondation Giacometti di Parigi, con la collaborazione di Serena Bucalo-Mussely e Virginie Perdrisot, la mostra propone opere straordinarie dei due artisti che creano un dialogo costante, ed sorprendentemente proficuo, che si sviluppa per tutte le tredici sale dedicate all’esposizione.

In guisa di guardiane della mostra, due grandi statue ci aprono le porte di questo lungo viaggio. La Grande femme (1958) di Giacometti e La Femme enceinte, IIe état (1950-59) di Picasso creano immediatamente lo choc nello spettatore per immergerlo nel vivo della dialettica palesata dal titolo della mostra. Le forme abbondanti picassiane, chiuse da una testa che mantiene ancora i segni tanto del periodo cubista quanto di quello classicista, si giustappongono alla semplificazione emaciata e nervosa dell’artista svizzero: forme generose e materne in opposizione alla magrezza che giunge fino a scoprire la struttura interna della scultura. La prima sala si chiude con alcuni rarissimi e straordinari disegni effettuati su frammenti di giornali e riviste che dimostrano, anche nell’immediatezza del fervore segnico, quanto questi due artisti si guardassero e si studiassero.

Se il modello per entrambi rimase la scultura di Rodin, è l’impossibilità di un ritratto “vero” che li portò alla creazione di due percorsi diversi, paralleli, ma ricchi di richiami e di influenze. L’incontro del giovane Giacometti con la scultura del più maturo e già affermatissimo Picasso è sconvolgente. Se ancora nel 1925 l’artista svizzero scolpisce una Tête d’Ottilia legata ad un modus operandi ancora classicizzante, l’anno successivo le forme iniziano a schiacciarsi, come nella Tête de femme (Flora Mayo), per poi decomporsi in moduli geometrici che si incastrano formando costruzioni complesse (Composition (dite cubiste I, couple)) che riecheggiano le sculture lignee picassiane del secondo decennio del Novecento. Il ritardo della ricerca artistica di Giacometti viene finalmente colmato grazie alla scoperta dell’arte dello spagnolo.

Ma la genialità dei due artisti si espresse fin dalla primissime prove che potremmo definire “casalinghe”. Entrambi figli d’arte, il primo terreno fertile dove esprimere la loro arte fu, ovviamente, quello dell’atelier paterno nel quale presero forma le prime opere raffiguranti i genitori, i fratelli e gli amici dei due artisti. L’esposizione parigina accoglie anche due opere eseguite quando i due artisti avevano solamente 14 anni: L’enfant et la poupée del 1896-97 di Picasso segnala già un’insofferenza verso i volumi prestabiliti dalle regole dell’arte così come il dipinto Nature morte aux pommes del 1915 di Giacometti mostra la fascinazione per la costruzione spaziale di Cézanne e di Matisse. La sezione è chiusa dai due autoritratti pittorici (quello della Kunsthaus di Zurigo per Giacometti e quello del 1901 del Museo Picasso per l’artista spagnolo) che lavorano il guardare ed il gioco della relazione visiva tra spettatore ed artista.

Ma una delle chiavi di lettura più importanti della mostra e del percorso di entrambi gli artisti è indubbiamente quello del primitivismo. Osservatori attenti e privilegiati delle arti non occidentali e antiche, le incessanti visite al Louvre, al museo del Trocadéro, i rapporti con Breton e Carl Einstein e la lettura delle riviste d’arte dell’epoca rappresentano le fonti primigenie d’ispirazione dei due artisti durante i primi tre decenni del Novecento. La semplificazione picassiana, memore dell’arte del neolitico, dell’Oceania e dell’Africa nera, vede il suo corrispettivo nel Personnage accroupi (1926) e nella Femme cuillière (1927) entrambe della Fondation Giacometti di Parigi.

Le forme cubiste subiscono un fenomeno di aggregazione e di semplificazione estrema fino a giungere a quell’oggetto straordinario ed alieno intitolato semplicemente Cube (1933-34) dell’artista svizzero e al quale il filosofo Georges Didi-Huberman ha consacrato un volume intero (Il cubo e il volto. A proposito di una scultura di Alberto Giacometti). Il primitivismo possiede anche un gradiente di appiattimento della figura e, se Picasso lavora attraverso l’unidimensionalità pittorica, Giacometti trasferisce questo fenomeno nella scultura, giungendo, in questo modo, ad una purezza formale quasi astratta, dove le statue sembrano avvicinarsi alla piattezza della superficie pittorica mantenendosi nella scultura, quasi come fosse un ultimo afflato, grazie a delicate e quasi impercettibili incisioni.

La sezione dedicata a Eros & Thanatos è probabilmente il momento più intenso di tutta la mostra. La rigidità meccanicistica di Le couple (1927) di Giacometti riprende le forme de Les amoureux (1919) di Picasso, le forme sinuose e surreali della Boule suspendue (1930-31) del primo riecheggiano in quelle della Femme lançant une pierre (1931) del secondo, fino a giungere al punto di slittamento dove i diletti dell’amore divengono pulsione di morte, come nella Femme égorgée (1933) dello svizzero e in Figure au bord de la mer (1931) dello spagnolo. Il tema della morte è trattato da entrambi attraverso una volontà oggettivizzante anche, e soprattutto, quando la morte tocca le persone più care, come avviene ne La mort de Casagemas (1901) di Picasso o nella terribile Tête sur tige (1947) di Giacometti. La morte come punta di diamante del plesso sessuale.

Il tema dell’amante rappresenta un altro dei cardini dell’esposizione parigina dove la ricerca della verità si tramuta in dramma psicologico. I numerosi busti di Annette, incontrata nel 1943 e che diventerà la donna della vita dell’artista svizzero, entrano in una dialettica artistica al suo massimo di intensità con i tre capolavori del 1937 che Picasso dedicò all’amante e modella Dora Maar. La monumentalità della figura di Annette è indiscutibile, ed essa insiste anche nell’infinitesimale, anche quando la figura sembra scomparire riducendosi a poca cosa, come in Annette debout (1954), scultura di soli undici centimetri, o nell’incredibile Petit buste d’Annette (1946), dove i sedici centimetri sono spartiti egualmente tra la base ed il busto.

La fine della seconda guerra mondiale marcherà un ritorno al realismo per entrambi gli artisti. Picasso e Giacometti si frequentano quasi quotidianamente, come ammesso dalla stesso artista svizzero in un prezioso documento video nel quale dialoga con Igor Stravinskij. Il loro legame si scioglierà negli anni Cinquanta, forse proprio a causa dell’ingombrante ed ingestibile carica dello spagnolo (Giacometti dice a Stravinskij “Picasso mi sorprende, come un mostro!”). La vita quotidiana torna ad essere il centro della riflessione di entrambi ed ecco apparire sculture come Le chat o Le chien (Giacometti sceglie di rappresentare proprio la silhouette del levriero afgano dell’amico spagnolo), entrambe del 1951, e le grandi statue degli uomini e delle donne in cammino o in attesa dell’artista svizzero, mentre Picasso sembra concentrarsi sulle nature morte, sugli interni familiari e teneri come in Crâne, oursins et lampe sur une table (1946) o L’Enfant aux colombes (1943). La mostra si chiude collegandosi idealmente all’entrata monumentale alla quale facevamo riferimento sopra. Il cerchio può finalmente chiudersi intorno a questa amicizia tra due giganti dell’arte del Novecento.

Il catalogo che accompagna la mostra, edito da Flammarion, è un ottimo strumento di studio e, oltre alla riproduzione di tutte le opere in mostra e ai testi delle curatrici, è arricchito da una corposa antologia con testi di, tra gli altri, Yves Bonnefoy, André Breton, René Char, Rosalind Krauss, Michel Leiris e Man Ray.

La mostra continua:
Musée Picasso
5 Rue de Thorigny, Parigi
fino al 5 febbraio 2017

Picasso-Giacometti
a cura di Catherine Grenier con la collaborazione di Serena Bucalo-Mussely e Virginie Perdriso
www.museepicassoparis.fr
www.gallimard.fr

 

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