American Art 1961-2001

Frammenti a Stelle e Strisce

A Palazzo Strozzi, un’interessante mostra sull’evoluzione artistica negli Stati Uniti che copre il periodo dal 1961 al 2001, con oltre ottanta opere provenienti dalla collezione del Walker Art Center di Minneapolis.

L’esposizione American Art 1961-2001 è suddivisa tra le ampie sale del Palazzo fiorentino in base alle tematiche che gli artisti hanno affrontato nei loro lavori. Un excursus che comprende le opere di 53 artisti di diversa provenienza e corrente stilistica.

Nella prima sala abbiamo l’opportunità di apprezzare il lavoro di recupero dei materiali inutilizzati fatto da Louise Nevelson in Sky Cathedral Presence (1951-1964), una moderna cattedrale che rivela, a una attenta osservazione, quante particolari strutture si possano realizzare con quanto si abbandona o resta inutilizzato. Piccole guglie, tabernacoli aperti o semiaperti, colonne a formare questa imponente struttura che, con il suo colore nero, incute timore e, nella ricerca dei particolari, favorisce un coinvolgimento che diventa sempre più intenso. La varierà dei temi trattati si evidenzia ulteriormente nell’opera posizionata sulla parete opposta e firmata da Bruce Conner, Cosmic Ray (1961), il quale – tra due fogli di plexiglass – ha racchiuso frammenti di film, performance musicali, elementi grafici e immagini girate dall’artista stesso, disposti in verticale dando una sensazione di scorrimento e che invitano alla ricerca del particolare. La qual cosa diventa ancor più difficile nel lavoro di Mark Bradford, Analog (2004, in una delle ultime sale), un quadro di grandi dimensioni che, strutturato in orizzontale, raccoglie frammenti di vita recuperati dall’artista nel proprio quartiere e disposti in strisce sulla tela: frammenti materici ma che si fanno metafore di memoria, strappati e consumati dal tempo, e immortalati in un’opera da museo.

D’altro genere, da apprezzare – sempre nella prima sala – un dipinto di Mark Rothko, No. 2 (1963). L’artista è come sempre impegnato in quella ricerca monocromatica che, con le sue stratificazioni, pare invitare l’osservatore a immergersi in un’assenza e a lasciarsi trasportare all’interno del quadro stesso.

Nella seconda sala conquista la scena la ricerca cromatica e grafica di Andy Warhol nella serie di serigrafie su carta di Electric Chair (1971). Utilizzando il tipico strumento di morte made in U.S. ed elevandolo a simbolo – deteriore – dell’istituzione penale del suo Paese, il maestro della pop art abbandona per un momento le sue icone consumistiche e le star del cinema o della politica. Interessanti anche i suoi due autoritratti. Al centro della sala una scultura (o installazione) di Claes Oldenburg, Shoestring Potatoes Spilling from a Bag (1966), che – di primo acchito – ci riporta alle tragiche foto delle torture subite dai detenuti della prigione di Abu Ghraib, durante la guerra in Iraq, a opera dei militari dell’esercito statunitense e dalla C.I.A. E questo può far riflettere su come l’arte, a volte e inconsapevolmente, avverta dinamiche che porteranno ad avvenimenti successivi. Nel caso specifico, Oldenburg muove la propria critica al consumismo dei fast-food attraverso opere in certo senso sgradevoli e che possono contemperare anche altre suggestioni.

In una sala attigua una serie di sculture minimaliste tra le quali Yellow Corner Piece (1970), di Fred Sandback, una corniche che, correttamente posizionata e debitamente illuminata, riesce a creare e a delimitare uno spazio tridimensionale in attesa di essere occupato. Sul pavimento della medesima sala, una lastra metallica opera di Carl Andre, Slope 2004 (1968), che dialoga – quasi invitandoci a seguirla, calpestandola – con l’opera di Frank Stella, Sketch Les Indes Galantes (1962), una sorta di richiamo ipnotico che pare invitarci a perderci nel labirinto dell’esempio di op art.

Andando oltre incontriamo il lavoro di Barbara Kruger, Untitled (We Will no Longer be Seen and Not Heard, 1985), composto da una sequenza di piccoli quadri che comunicano frammenti di contenuto di una frase, la quale si presta a differenti interpretazioni – scomposta e ricomposta in singole parole. Una delle tante opere presenti che rimanda ai messaggi vuoti o sibillini che la pubblicità e i mass media ci riversano addosso in ogni momento e situazione.

La parte centrale della mostra, quella più politica, si concentra sul potere nero, ben sintetizzato da Kerry James Marshall in Black Power (1998), e nel successivo Blind Ambition (1990). Un potere contrastato quando non del tutto vanificato dalle condizioni sociali, economiche e culturali nelle quali versano tuttora milioni di afro-americani. Una speranza di vita migliore che non si concretizza nonostante le battaglie politiche portate avanti in oltre mezzo secolo.

Molto incisive nel sottolineare l’avvento dell’Aids e le vittime che continua a mietere, soprattutto tra i giovani e giovanissimi, l’installazione del cubano Felix Gonzalez-Torres, Untitled (Last Light, 1993), una fila di lampadine che sembra non dover mai terminare in ricordo di coloro che non sono più. Sullo stesso tema, ma in modo più sensuale, la rivendicazione di uno stile di vita nelle stampe di Robert Mapplethorpe, Self-Portrait (1980) e Two Men Dancing (1984), che testimoniano una vita di passioni che sono ancora oggi osteggiate dalle religioni e dai governi, battaglie per i diritti civili di una fetta non marginale della nostra società.

Al termine di questo – ovviamente incompleto – percorso, una serie di piccole opere di Kara Walker, Do You Like Creme in Your Coffee and Chocolate in Your Milk? tese a documentare lo sfruttamento e la segregazione della popolazione afro-americana, prima ridotta in schiavitù e, successivamente, in un regime di apartheid, anche se non apertamente dichiarato. Su questo tema anche il video realizzato con una tecnica molto semplice, che rimanda al mondo delle ombre balinesi – drammatico e crudo nei contenuti – in chiusura di mostra.

Nell’insieme, un’esposizione in cui si nota una ricerca di espressioni artistiche legate a peculiari tematiche, solo parzialmente rappresentativa dei fermenti creativi presenti nel Paese in quegli anni.

La mostra continua:
American Art 1961-2001

a cura di Vincenzo de Bellis (Curator and Associate Director of Programs, Visual Arts, Walker Art Center) e Arturo Galansino (Direttore Generale, Fondazione Palazzo Strozzi)

Palazzo Strozzi
piazza Strozzi – Firenze
fino a domenica 29 agosto 2021
orari: da lunedì a venerdì, dalle ore 14.00 alle 21.00; sabato, domenica e festivi dalle ore 10.00 alle 21.00

@Nella foto: Louise Nevelson (Leah Berliawsky; Pereyaslav, Russian Empire 1899-New York 1988) Sky Cathedral Presence, 1951-1964, legno, vernice, cm 310,5 x 508 x 60,6 Minneapolis, Walker Art Center. Dono Judy e Kenneth Dayton, 1969© Estate of Louise Nevelson.

Share
Published by Luciano Ugge