Le due facce dell’arte contemporanea

Un doppio appuntamento al Complesso del Vittoriano, dedicato alle tendenze più caratteristiche dell’arte americana del Novecento, racconta il rinnovamento estetico e stilistico che ha toccato le varie dimensioni della cultura.

È indubbio che la capitale mondiale dell’arte contemporanea nel secondo dopoguerra sia diventata New York, prendendo in questo il posto di Parigi, quella che Benjamin chiamava “capitale del XIX secolo”; il rinnovamento artistico nei termini di un superamento radicale dei canoni della tradizione si accompagna nella scena americana a una intrepidezza capace di superare per radicalità ciò che le avanguardie europee avevano ideato agli inizi del Novecento.

E tuttavia questa nuova generazione di artisti radicali, capaci perfino di mettere in questione la classica divisione tra modalità espressive puntando sulla contaminazione di vari generi e tecniche, è molto variegata e diversificata: la scena newyorchese infatti è stata capace di sondare estetiche e proposte artistiche non conciliabili, rilanciando dinamiche dialettiche che riflettono opposte idee di arte, di rapporto tra quest’ultima e il mercato per esempio, coinvolgendo perciò anche il problema della relazione con la società dei consumi; ma oltre a questo si presentano anche idee diverse a proposito del rapporto tra opera d’arte e significato spirituale, nonché tra rappresentazione artistica e figurazione. Presso l’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano, due mostre in scena in contemporanea gettono bene luce sulle due linee dominanti dell’arte americana contemporanea: da un lato Andy Warhol, il sacerdote indiscusso della trasfigurazione massmediale e mercantile dell’arte, che con la Pop Art fece esplodere i paradossi costitutivi dell’idea di opera d’arte in quanto merce; dall’altro lato, Pollock e la Scuola di New York, ovvero i padri di quell’espressionismo astratto che non rinunciarono mai alla tela, portando però alla deflagrazione totale l’idea di quadro e di mimetismo tipici dell’idea classica.

Due orizzonti inconciliabili, perché da un lato il principio warholiano di piena adesione alla logica dello spettacolo non apparterrà mai a Pollock, Rothko e Reinhardt, che invece attraverso l’action painting e il color-field punteranno al superamento del quadro nella sua concezione abituale, strutturato secondo direzioni e subordinato alla raffigurazione concreta. Warhol, da grande erede del Dadaismo duchampiano, farà arte coi materiali più impensabili, ma a differenza di Duchamp senza mai alcuna intenzione polemica nei confronti della società dei consumi: il padre della Factory anzi deciderà volontariamente di addentrarsi e sprofondare nella dimensione del mercato, fino a diventare una macchina massmediale lui stesso.

Come risulta evidente dalla mostra infatti, gran parte della ricerca di Warhol volge la sua attenzione al design, alla musica rock, alla grafica, alla fotografia, al cinema sperimentale, il tutto per contribuire a rinnovare uno stile che non è esclusivamente stile artistico, ma  “moda” e cultura popolare nel senso più onnicomprensivo. Le tante serigrafie in mostra, da Marilyn a Mao Tse Tung, rivelano però a un occhio attento una sorta di tensione interna: il trionfalismo dei colori acidi e della serialità ossessiva dei volti delle star sono artifici funzionali ad occultare un fondo drammatico e inquietante connesso alla morte e alla distruzione. Se in queste serigrafie questa dimensione oscura è ancora indiretta e celata, nelle opere del ciclo Death and disasters (come per esempio quelle delle sedie elettriche, presente in mostra in un esemplare), testimoniano l’apertura a una dimensione mortuaria e drammatica. Gli spazi allestitivi e il percorso della mostra contribuiscono a far riemergere la dimensione psichedelica del clima della Factory, proponendo un’esperienza immersiva suggestiva, e d’altronde anche nella mostra dedicata alla Scuola di New York diversi ambienti installativi divengono occasioni di ingresso nell’immaginario di Pollock. Certo, la presenza di Pollock si riduce a una manciata di opere, per quanto la straordinaria N. 27 e due tele di Rothko valgano l’intera visita; interessanti anche alcune opere di Reinhard, De Kooning e Kline, mentre il resto della mostra fa riferimento ad autori minori della scuola newyorchese. Rispetto alla mostra dedicata a Warhol, il percorso in questo secondo caso sembra quasi non agganciare un tema specifico, restando vago sulle intenzioni, e d’altronde una maggiore sinergia fra le due mostre avrebbe giovato a una visione più stimolante e produttiva, in grado di spiegare meglio la situazione artistica contemporanea americana. Al di là di ciò, prima della conclusione delle due mostre una visita è d’obbligo, per passare in poco tempo tra le due sensibilità proprie della sperimentazione artistica newyorchese, tra Pop Art ed Espressionismo astratto.

Le mostre continuano:
Complesso del Vittoriano – Ala Brasini
Via di San Pietro in Carcere
dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30
venerdì e sabato 9.30 – 22.00
domenica 9.30 – 20.30

Andy Warhol
dal 3 ottobre 2018 al 3 febbraio 2019

Pollock e la Scuola di New York
dal 10 ottobre al 24 febbraio

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