Ciao 2020! Tra il trash e il divino

Quando l’imitazione degli stereotipi si fa specchio implacabile della realtà postmoderna

Da giorni nella testa di molti italiani risuonano canzonette russe in stile anni 80. In pochissimo tempo Ciao,2020! è nei top-trend di Twitter e Youtube.

Ma di cosa si tratta? Parliamo di una trasmissione satirica in onda sulla tv nazionale russa condotta da Ivan Urgant alias di Giovanni Urganti, definito l’anello di congiunzione tra Pippo Baudo e Amadeus, singolare riflesso pop della tv generalista italiana in salsa russa. Il programma in questione si chiama Vecherniy Urgant (Evening Urgant, il late show di Channel One, primo canale della tv di Stato), tra i più celebri in patria. E ora anche all’estero.

Si tratta di cinquantatré minuti di siparietti comici e ipnotiche performance canore in playback, catapultate in una cornucopia di colori e umori di quarant’anni fa, in un vocabolario audace e maccheronico a cui si aggiunge la spassosa traduzione di tutti i contenuti musicali (canzoni russe comprese) che fanno l’occhiolino al Festival di Sanremo, che inondò di colori e melodie le televisioni sovietiche, da Leningrado agli Urali.

“L’intera ora è girata in tinte vintage con un rigore filologico impeccabile, che va dalle titolazioni alle coreografie, con tutti gli ospiti e i conduttori in parrucche cotonate e baffoni, tra camicie sintetiche, seni prosperosi e ricoperti di abbronzante, piramidi di spumante e giacche con le spalline” (Giornaledellamusica.it)

Tuttavia, c’è chi ha definito il linguaggio utilizzato troppo stereotipato, eppure se si dà uno sguardo ravvicinato ai programmi tv degli anni 80 come Colpo Grosso, Drive In, o Discoring, si evince una singolare eco di quella società che è alla base del disfacimento etico estetico e morale contemporaneo, oggi manifesto in programmi come Pomeriggio Cinque condotto da Barbara D’Urso, personaggio più reazionario forse della tv italiana, o Ciao Darwin.

In realtà i dialoghi non devono avere un senso ben preciso, come non lo avevano i nostri siparietti italiani. Il fatto di parlare del reparto gastronomico italiano (bolognesi fettuccine pasta ravioli) ha la sola funzione di riempire quel vuoto con suoni conosciuti/familiari con la funzione di rassicurare lo spettatore russo medio.

Difatti la lingua utilizzata rispecchia totalmente il contenuto dei programmi televisivi passati (e presenti): non è importante quanto siano ben pronunciate le parole, ma come vengano declamate.

Il linguaggio è semplice, si tende a sessualizzare il corpo delle donne e a magnificare la posizione del maschio bianco etero alfa; vi è la starlette di turno e vari stereotipi di tipici personaggi degli anni Ottanta per risate fintamente sguaiate. Sicuramente la scelta del nome Quatro Putani (min 31) per designare il gruppo di belle ragazze poteva essere evitato vista la sconfinata offerta di mezzi di traduzione odierna.

Tuttavia, osservando una realtà stereotipata all’ennesima potenza, in un primo momento nascerà una risata, ma se si cerca di capire il fenomeno e indagando sulle cause di esso si scoprirà quel nervo sensibile e scoperto della società di una tale brutalità a cui non ci sentiamo di appartenere. Un’orgia di piume e luci “smarmellate”,  in un incestuoso calderone dell’ascesa dell’individualismo e del disimpegno sociale.

Resta un sapore amaro nel vedere l’Italia ritratta così, di fatto cristallizzata nei primi Anni Ottanta; il motivo per cui nell’immaginario russo si ha questa figura, è proprio il ritorno in grande stile del Festival di Sanremo, già citato pocanzi.

Programmi di questo genere, a cui la Russia fa oggi riferimento, sono dei programmi eticamente sbagliati, ma sono pur sempre parte di una realtà in cui esistevano ancora prodotti come Marco Polo di Giuliano Montaldo o più tardi con Quark di Piero Angela e sperimentazioni artistiche come Dante di Greenway quando la televisione pubblica si impegnava nell’educare culturalmente e visivamente i suoi spettatori.

O si pensi al cinema, che parallelamente offriva capolavori politici come La classe operaia va in paradiso o Salò o le 120 giornate di Sodoma o Non ci resta che piangere o ancora Fantozzi. Titoli molto diversi tra loro ma che rispecchiano l’alta qualità del cinema italiano di quegli anni, un cinema di denuncia, di riflessione, un cinema politico.

A stretto giro, vedere le puntate di Colpo Grosso e Ciao2020! ci farebbe riflette e capire quanto avesse toccato il fondo la televisione italiana in quegli anni e quanto nemmeno una satira di essa stessa potrebbe esser peggio. L’operazione russa è in realtà una parodia curatissima, una sincera dichiarazione d’amore per il nostro paese, così divertente e leggero, un paese che cerca di fuggire da una realtà sgradevole per rifugiarsi nell’onirico mondo di pulsioni in giarrettiera di un tipo coi ricci.

Non era loro intenzione farne una parodia stereotipata, ma cercare di imitare al meglio la musicalità della nostra lingua. Viene spesso dimenticato di quanto antico e musicale sia l’italiano e quanto sia differente dai suoni duri prettamente russi. Insomma, un prodotto di grande complessità non appena si scava sotto la superficie della goliardia.

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Published by Martina Trocano