Il Centre Pompidou sbarca sulle rive dell’Arno

Prosegue, fino a domenica 17 febbraio, la bella mostra che racconta con un ricco di bouquet di media, artisti e linguaggi, l’universo onirico del Surrealismo.

La prima immagine, che colpisce all’entrata della mostra di Palazzo Blu, è Panchina alle Tuileries, di Brassaï (stampa alla gelatina d’argento, 1930/32), che immortala più di una coppia su sfondo notturno, un’atmosfera insieme rarefatta e inquietante, fortemente onirica, che caratterizzerà l’intero movimento surrealista. L’anima più spensierata, à La Grande Gaité (in mostra una copia del volume di Aragon), è invece ad appannaggio di Tutto gira, tutto si muove, il delizioso corto in 35 mm di Hans Richter del 1929.
Nella seconda sala, tra dada e precursori, anche La maschera e lo specchio (olio su compensato, 1930/45) di Francis Picabia e L. H. O. O. Q. (grafite su foto incisione, 1930), ovvero la celeberrima immagine della Gioconda con baffi e pizzetto di Marcel Duchamp. La compenetrazione dei piani, lontana dalle teorie cubista, ma espressiva del caos proprio dell’universo onirico e psichico, campeggia in Sfinge (olio su tela, 1929) e Salicis (dipinto su compensato, 1929), entrambe di Picabia, entrambe in grado di riallacciarsi a modelli classici e, insieme, a istanze dei movimenti artistici d’avanguardia.
La sala successiva è dedicata a due tra gli esponenti più famosi del Surrealismo, Yves Tanguy (con quel suo universo etereo e fanciullesco che, in D’estate alle quattro, la speranza, un olio su tela del ‘29, rimanda inconsapevolmente, ma a riprova della comune matrice psicologica umana, agli angeli di Osvaldo Licini); e Salvador Dalí, prima che diventasse Avida Dollars, quando sperimentava ancora con i materiali, quando attingeva ancora all’irrazionale, senza preoccuparsi di raffinare forme, soggetti e colori per compiacere il grande pubblico. Nella stessa sala anche un estratto di Un cane Andaluso, forse il film surrealista più noto, girato in 35 mm da Luis Buñuel, sempre nel ‘29; e due pareti dedicate a Max Ernst, di cui è particolarmente interessante Loplop presenta una ragazza (olio su tavola, gesso e oggetti vari, 1930), in quanto – grazie a quel crogiolo artistico che fu Parigi e agli interscambi che permetteva – è, insieme, esempio di quell’automatismo psichico che permetteva di sprigionare l’es ma anche di quella sovrapposizione di oggetti e materiali che avevano sperimentato, pochi anni prima, futuristi e cubisti, e proprio del ready-made.
Tra le scelte più pregevoli della mostra pisana, l’esporre esempi di Surrealismo appartenenti a un ampio spettro di arti, dalla cinematografia alla letteratura fino alle arti figurative, creando così un ponte tra espressioni, linguaggi e opere che fu proprio del movimento ma che oggi si riverbera nella fluidità dei generi che partiene alle arti, al plurale – dal teatro alla performance, dai murales all’interferenza culturale. A proposito, interessanti, al primo piano, le Maschere di Alexander Calder (filo di ferro, 1929), dotate della leggerezza tipica del maestro statunitense, quasi geroglifici spaziali che, grazie anche alle luci scelte per l’esposizione, disegnano proiezioni di se stesse squarciando il velo tra apparenza ed essenza. Mentre le forme geometriche di Testa di Alberto Giacometti (gesso originale, 1927) rimandano, insieme, alle statuette femminili balinesi e a quelle cicladiche, a riprova che la scoperta dei surrealisti della comune matrice psicologica non può disgiungersi dall’indagine antropologica.
In un’altra sala, lo slittamento di senso proprio di alcune tra le opere più inquietanti e perturbanti (l’unheimlichkeit freudiano) di René Magritte: Il modello rosso (olio su tela incollata su cartone, 1935) e Il doppio segreto (olio su tela, 1927). Quest’ultimo, in particolare, rimanda all’unione tra micro e macrocosmo, alla matrice atomica che accomuna la materia: vene e globuli o tronchi e astri? L’universo in un gheriglio di noce.
Un’intera sala, come il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è dedicata, quasi in chiusura di mostra, all’eros. Aldilà degli studi psicoanalitici, soprattutto freudiani, l’universo erotico sembra indagato dai surrealisti con maggiore spudoratezza e, nel contempo, leggerezza. Priva di inibizioni, la fanciullesca immersione nella libido trova in Mr. e Mrs. Woodman (stampe alla gelatina d’argento, 1927/45), forse, la sua più irriverente espressione. E in Uomo e donna (bronzo, 1928/29), di Alberto Giacometti, la propria migliore trasfigurazione in una piccola statua che, nelle linee taglienti, nei giochi di pieni e vuoti, concavo e convesso, riassume nello spazio breve di una teca la tensione infinita tra mascolino e femminino. Mentre l’irriducibilità di detto dualismo è ben esemplificato nelle diverse opere in mostra di André Masson.
Una mostra ricca di opere e contenuti, che conferma – proprio a Pisa, viste le ultime dichiarazioni dell’assessore alla cultura, Andrea Buscemi – come l’arte sia trasversale, elemento fluido che travalica confini e campanilismi; e come il miglior crogiolo per la crescita degli artisti, siano il dialogo, il confronto e la conoscenza dell’altro da sé.

La mostra continua:
Palazzo Blu

Palazzo d’arte e cultura
Lungarno Gambacorti, 9 – Pisa
fino a domenica 17 febbraio 2019
orari: da lunedì a venerdì, dalle ore 10.00 alle 19.00; sabato, domenica e festivi, dalle ore 10.00 alle 20.00
(la biglietteria chiude un’ora prima della chiusura)

Da Magritte a Duchamp
1929: Il Grande Surrealismo dal Centre Pompidou

curatore Didier Ottinger
organizzazione Fondazione Palazzo Blu e MondoMostre
con la collaborazione di Fondazione Pisa
con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo; Comune di Pisa; Regione Toscana

Nella foto: Salvador Dalí, Donna dormiente, cavallo, leone invisibili, 1930, olio su tela, 50,2 x 65,2 cm, Collection Centre Pompidou, Paris Musée national d’art moderne – Centre de création industrielle.
Copyright de l’oeuvre: © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dali / Adagp, Paris
Copyright: © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dali, by SIAE 2018

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