L’attrazione morbosa per delle inquietanti visioni ucroniche

Fino a Novembre, visitare la storica Galleria Borghese ha un senso diverso rispetto al solito: le opere e le sculture della più celebre artstar britannica entrano in tensione con i capolavori di Caravaggio, Tiziano e Canova, ridefinendo la natura del tempo e il concetto stesso di bellezza.

Ucronia è un termine che non esisteva nell’antica Grecia; fu coniato a metà Ottocento dal filosofo francese Charles Renouvier in una sagace quanto probabilmente involontaria operazione metaconcettuale. Renouvier costruì un vocabolo falsamente derivante dal greco classico, costruito sulla composizione di “u” in quanto negazione, che allude all’ “utopia”, e “cronos” ovvero il “tempo”. Insomma l’ucronia è ciò che si posizione al di fuori del tempo, che appartiene a un tempo e perciò a un universo fantastico, ma che interferisce anche con la realtà perché esiste, è concreto. Si tratta di una temporalità alternativa, la possibilità cioè di cavalcare una linea temporale che si dipana in una dimensione parallela. Col termine ucronia Renouvier aveva costruito esso stesso un’ucronia, che nel corso della storia moderna, specie in ambito narrativo, il più delle volte si è sovrapposto alla “distopia”. Detto in altre parole, ucronia può essere tradotto in maniera ben più intuitiva con la formula “come sarebbero andate le cose se…”, “come sarebbe il presente se…” ecc. Quesiti che gli esseri umani si pongono continuamente in maniera soffocante nella sfera privata della propria esperienza, e che tuttavia appaiono altrettanto magnetici anche quando declinati sul piano della storia collettiva – forse perché sono interrogativi che spudoratamente contravvengono alla formula scolastica “la storia non si fa con i se!”. In questa ottica, certo l’ucronia appare più seducente in chiave distopica, e gli esempi si sprecano; tuttavia, le ucronie distopiche più diffuse sono quelle legate al Novecento o al presente, più rare sono le operazioni che risalgono alle antichità più lontane, creando corto-circuiti spigolosi ed elettrizzanti tra civiltà sotterrate dall’oblio, mondi alieni, fantascienza.

In un modo o nell’altro, uno dei temi costanti del percorso creativo e artistico di Damien Hirst è sempre stato quello del tempo, concepito come processo di consumazione, di estinzione della vita, di contaminazione e morte. Un percorso che – non è casuale – si è dimostrato estremamente redditizio per galleristi e per la stessa “artstar”: d’altronde, se il suo collega Jeff Koons ha intuito come la chiave del successo fosse la sovrapposizione di arte e pornografia, Hirst arriva a una comprensione analoga facendo però appello alla morte, alla deformazione, al disgusto. Due visioni del kitsch e persino del trash apparentemente agli antipodi ma che invece dimostrano una comune radice concettuale: al centro c’è sempre kronos, in quanto malattia, deterioramento, e il tempo regna sovrano anche nella mostra allestita all’interno del percorso espositivo di Galleria Borghese dal titolo Archaeology Now. Ecco l’ucronia e il paradosso temporale, un paradosso che si moltiplica procedendo nel percorso profondamente meditato e studiato, dall’artista quanto dai curatori; molte delle opere appartenenti al ciclo Treasures from the Wreck of the Unbelievable erano già state esposte per la prima volta a Venezia nel 2017, oggi tornano per entrare in tensione con le immortali opere della Galleria Borghese. Moralità e immortalità, bellezza da un lato e degrado, tossicità, orrore dall’altro.

A questo primo paradosso si aggiunge quello determinato dal binomio vero/falso, tipico dell’immaginario dominante della post-verità: i termini che compongono tale polarità vorticano dandosi il cambio e sovrapponendosi all’infinito, perché le opere si presentano come testimonianze di un passato mitico o storico mai avvenuto. Reliquie recuperate dal fondale di oceani mai esistiti, contorte e invase da obsolescenze tumorali, che affascinano e fanno contemporaneamente ribrezzo. Statue e totem delle quali spesso l’artista mostra al pubblico la versione “appena ritrovata” (ancora sporca, ricoperta di escoriazioni) e la versione “pulita” che – come per la statuaria classica restaurata o il neoclassicismo del Canova – intendono esaltare un ideale tramontato per sempre. Le opere dialogano con lo spazio circostante e con i capolavori di Bernini, le statue antiche “vere”, Caravaggio, Tiziano, con l’obiettivo si spiazzare lo spettatore, confondendo le acque e contaminando la classicità con un immaginario a suo modo distopico ed efficacemente pop – dove trovano spazio gli anime giapponesi e Alex Garland, l’estetica post-human e gli incubi della manipolazione genetica – tanto nei contenuti quanto nei materiali adottati. Un percorso basato perciò sullo smarcamento perpetuo, sull’interruzione dei sentieri garantiti, dove l’ucronia trova un’assurda collocazione e concrezione fisica.

La mostra continua:
Damien Hirst – Archaeology Now
a cura di Anna Coliva e Mario Codognato
sponsor Prada

Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese, 5 – Roma
dall’8 giugno al 7 novembre 2021
dal martedì alla domenica, dalle 9:00 alle 18:00 (ultimo ingresso alle 17:00)

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