La felicità come via

Inaugurata la raffinata retrospettiva senese del celebre fotografo Nobuyoshi Araki.

Quanta invidia, benedette creature. Beati coloro che trovano nella semplicità del mondo l’idea che hanno della felicità. Questa è Siena, Santa Maria della Scala. Questo è Effetto Araki, un artista sulla soglia degli ottant’anni. Fotografare, a suo dire, è lo strumento principale della scoperta e della gioia: realizza che, con ogni probabilità, è in tal maniera che quotidianamente ha imparato a essere felice. Ed è una letizia agrodolce, di quelle cui si arriva masticando e sputando, parafrasando un brano di De André. È nella città di Pia che espone una selezione di 2200 opere, in buona parte inedite per il nostro Paese, oltre alla serie Araki’s Paradise, prodotta in poco più di un mese e mezzo appositamente per la mostra.

Nato a Tokyo nel 1940, l’artista nipponico esordisce negli anni Sessanta con la vita nella sua massima essenza, dichiarandosi affine al nostro Neorealismo – e non è casuale la sua ammirazione per la sensualità di Silvana Mangano. Con Satchin and his Brother Mabo, Araki debutta nel ‘63 narrando una poesia di quartiere e immortalando nell’obbiettivo i giochi di due piccoli vicini di casa. “L’amore è stato il punto di partenza della mia attività di fotografo“, così ha dichiarato. Ed è un amore che non si può smentire, ripetuto nei titoli più noti della sua produzione: dall’acerbo, freschissimo Subway Love, che perde lo sguardo di un voyeurismo innocente sui volti degli avventori della metropolitana – nella Tokyo insonne di viaggiatori e lavoratori indefessi; o in Balcony of Love, tenero affresco di quotidianità con l’amatissima moglie Yoko, deceduta nel 1990, e Chiro, il gatto che l’ha accompagnato per vent’anni.
Là sul terrazzo, dove il tempo si declina nel suo fare ciclico, con le stagioni; e poi in quello rettilineo dell’invecchiamento umano, si assestano gli animali giocattolo che caratterizzano le sue composizioni. Brontosauri in plastica, microscopici godzilla e pachidermi in processione sull’asfalto. C’è qualcosa di amaro e dolce al contempo in questi diorami sparpagliati in scena come rifiuti sulla battigia, tra veneri bianche, bambolotti malconci e papere dallo sguardo stranito. Nell’arte di Araki è la fascinazione per le cose del mondo, colto ora con vivo realismo, ora formalizzato in figure artificiali – quasi proiettate nell’immortalità. Sentimento del tempo che emerge come fantasma nella serie di Sentimental Night in Kyoto, una collezione di negativi rifotografati, nei quali la bellezza del viraggio soffonde di mistero gli scenari, avvolgendoli nell’indistinguibilità di un ricordo: il 1972, amanti notturni per i templi della città. E più forte ancora è l’impatto temporale di Death Reality (del 1997), in cui l’erotismo della vita, corpi di donne, esistenze vissute nella metro o nelle strade, si corrode sulla pellicola bruciata.

La fotografia […] permette di racchiudere il tempo. Prima e dopo ogni singolo scatto ci sono presente e futuro”. Da qui la necessità di cogliere il tempo nell’attimo, senza mettere in pausa il vissuto. Così è l’epilogo del documentario d’ingresso, a cura di Filippo Maggia – come del resto la mostra e il catalogo. Seduto a ridersela e a bere, Araki osserva la sfida a braccio di ferro dei compagni di tavolo. Giusto per un istante lo sguardo gli brilla, la mano corre alla fotocamera e scatta due foto alla scena, per poi tornare a farne parte. L’amore per il culmine delle cose, dalla città svettante nell’estate alla serie dei fiori che introduce la mostra, accentuati nel loro cromatismo e sulla soglia dell’appassimento. Quasi ironico il fatto che gran parte della produzione del fotografo sia dedicata al bianco e nero; e il rimanente acceso di colori. Qualcosa nelle opere di Araki riporta alla poesia della natura morta, anche dove natura morta non si trova, come in certi scorci cittadini, nel parco giochi deserto e tra le statue in disordine di Autumn in Tokyo, del 1972.

Tokyo Nude, sentimentale raffronto tra le nudità femminili e i profili della città, che l’artista ha sempre percepito come un utero pulsante, rimarca ancora una volta la sua percezione vitalistica delle cose. Emblematico del suo lavoro è lo scatto con la moglie Yoko distesa sul fondo della barca. “La barca della morte”, credeva un tempo. Ma poi, a ben guardare, lei è raccolta su se stessa, come un infante: “Quella è la barca della vita, andava verso la vita”. E da qui lo spunto per confermare il concetto: la fotografia come apprendimento dell’esistenza e arte della felicità. Quella felicità che non è andata perduta, sebbene striata dall’amara constatazione dell’effimero, e forse per questo enfatizzata nella sua dimensione più carnale: la selezione Kimbaku immortala, una volta di più, le sue donne intense, esili o giunoniche, la cui sessualità si dispiega in tante forme: dalla provocazione del kimono al costume occidentale, vincolate dai nodi del bondage, talvolta aggredite o scrutate dagli animali di plastica che Araki dissemina ovunque. Le prime della serie realizzate nella scenografia arrangiata della propria casa, mentre l’Amant d’Août ruota attorno alla modella Komari e al suo volto di bambola, indimenticabile nel contrasto col kimono rosso. Ma l’apice della sua poetica è forse nei mosaici di scatti polaroid che tappezzano tavoli e pareti, ridondanti di cibo, volti e allusioni falliche. Frammenti di mondo e di tempo catturati nel preciso istante, scatti sul limite tra brutalità e tenerezza: dagli album per gli ultimi giorni di Yoko e Chiro alle altre numerose fotografie che, come questi, non sono giunte alla mostra, ma che rintracciamo nei cataloghi omnibus, anteceduti dal disclaimer sull’età raccomandata.

Gloves e Araki’s Paradise, sguardi all’indietro nel vissuto, riassumono l’estetica e l’approccio dell’artista al suo lavoro. Più razionale la prima serie, con la ripetizione in polaroid dei guanti bianchi da fotografo, riprodotti in scatti a comporre un mosaico in bianco e nero, talvolta vi compaiono figurine da kimbaku a rammentare la coesistenza di delicatezza e ferocia, di gioco e rigore professionale. I medesimi componenti tornano nei trenta inediti prodotti per Siena, dove i fiori, i dinosauri kitsch, le bambole e i falli artificiali si arruffano in colorate nature morte. Follia cromatica o poetico bianco e nero. C’è la vita e c’è la morte, non si contemplano vie di mezzo.

E anche sulla vita, perno della sua arte, Araki non ha dubbio alcuno: “Devo vivere almeno fino a novant’anni, devo vivere più a lungo di Picasso e Hokusai”.

La mostra continua:
Santa Maria della Scala
piazza Duomo – Siena
fino a lunedì 30 settembre
orari: tutti i giorni, dalle ore 10.00 alle 19.00

Effetto Araki
a cura di Filippo Maggia

Credit Photo: Dead Reality – Araki

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