Per una decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi di genere

Lui al PC, chiaro riferimento allo “smartworking”, lei con il bambino in braccio. Sembra quasi di rivedere le immagini delle donne stereotipate dei telefoni bianchi o una Julia Child della situazione. Il messaggio che vuole trasmettere l’App Immuni – o peggio ancora, messaggio trasmesso senza volontà e in maniera irriflessiva perché automaticamente succube di un’impostazione patriarcale – è la figura dell’uomo al computer visibilmente impegnato e quella della donna che intanto accudisce il figlio.

Nell’attuale società dell’immagine, come possiamo far passare inosservata un’azione tanto grave? Sì, grave, perché sono questi dettagli che contribuiscono a creare l’immaginario collettivo, e per questo motivo è bene analizzare la questione sotto il punto di vista dello stereotipo.

La donna come l’eterna casalinga relegata alla cura della famiglia e delle mura domestiche. Un’immagine dura a morire, di cui se ne occupa un’artista femminista della “seconda ondata” negli anni 70: Martha Rosler.
Una delle opere dell’artista newyorkese, classe 1943, con cui ebbe maggior successo è Semiotics of the Kitchen e il sottotitolo dell’opera è For Educational In-House Use Only (“solamente ad uso educativo in ambito domestico”), che suggerisce l’elaborazione della questione dell’interiorità e dell’esteriorità come spazio di genere.

Una donna è relegata nelle quattro mura domestiche e l’unico modo per scaricare la sua frustrazione è attraverso gesti isterici, scattanti e pieni di risentimento, per la condizione iniqua in cui si trova. La figura maschile in questo contesto non è presente, ma è proprio questa assenza a suggerire qualcosa: l’uomo non è presente in quanto esce per lavorare, o è in salotto ad aspettare la cena o si permette di fare quello che alla donna non è permesso; un quadro che riporta alla mente un’istantanea degli anni 20, un’immagine che al solo pensiero che sia ancora attuale fa rabbrividire.

Lettera dopo lettera la Rosler naviga nel lessico culinario, dandoci però l’impressione che ci sia qualcosa che non va. L’allestimento e l’inquadratura ci danno l’impressione di essere ad un “cooking show”, ma la presentatrice si mostra improduttiva e a tratti anche violenta. È come se una forte aggressività si sprigionasse involontariamente, come se ci fosse qualcuno lì di fianco a lei. Non è forse una chiave di lettura l’immagine della donna sottomessa e sfruttata dal sistema patriarcale? L’artista newyorchese difatti, non a caso usa lo spazio domestico della cucina, come un scenario di resistenza e cambiamento.

In questo agglomerato di elementi la Rosler si pone come un’anti-Julia Child, un’anti donna-perfetta. Ma perfetta per chi? Per lo stereotipo del maschio bianco borghese naturalmente.

L’obiettivo della Rosler è quello di rivendicare un’identità sociale e politica, la stessa per cui ancora oggi molte donne, compresa la stessa artista, ne fanno una ragione di vita e uno stimolo creativo. Ma come ha giustamente affermato Andrea Orlando, vice segretario del PD, “Come è possibile che l’immagine della donna nel 2020 sia ancora legata, anche all’interno delle istituzioni, agli stereotipi più logori e abusati? La vicenda dell’app non va minimizzata perché è sintomo di qualcosa di grave e profondo”.

Ma l’immagine della donna come sesso debole non la vediamo solamente nell’App Immuni, ma nei libri di scuola, sui giornali alla televisione, nel cinema ed risulta evidente quindi che gli stereotipi persistono e si aggravano.

In risposta alle tante affermazioni relative al fatto che i problemi del nostro paese sono altri, verrebbe da rispondere che non per questo bisogna sottovalutare le questioni della parità dei diritti. Seppur venga giudicata da molti una polemica inutile, bisogna ripartire da queste piccole cose, che non andrebbero nemmeno valutate “minori”. Anni e anni di lotte sono serviti a sdoganare l’immagine della donna “angelo del focolare”, ma non è ancora abbastanza se il risultato è quello di ritrovare in un primo momento l’immagine stereotipata, per poi poco dopo dare il contentino con il capovolgimento dei ruoli in cui si vede la donna al computer e l’uomo con il bebè in braccio.

Quello che semplicemente si chiede è di fare uno sforzo per non cedere alla semplicità dei cliché, ma ragionare e creare un’immagine della società che rispecchi la realtà della stessa, e non continuare a rafforzare stereotipi. Essere femminista oggi vuol dire rivendicare un’identità sociale e politica, significa avere un punto di vista che demanda e ripensa alle questioni di potere nella società, perciò rappresenta ancora un’incontrovertibile potenza.

Tuttavia, per avere uno sguardo diverso sul mondo bisognerebbe decostruire la nostra realtà, come quando si acquista un puzzle sulla base dell’immagine di copertina che più ci aggrada: bisognerebbe prendere quell’immagine, smontarla e ricostruirla pezzetto per pezzetto. Per comprendere appieno la nostra società contemporanea bisogna avere uno sguardo sul passato in grado di darci la spinta verso un ragionamento critico e culturale, perché altrimenti, come afferma anche la senatrice Roberta Pinotti, “Senza un cambio culturale non riusciremo a cambiare il Paese”.

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