Quando etica ed estetica vanno giudicate distintamente

Sull’Arno sbarcano molte opere che un tempo i milanesi potevano godersi, tutte riunite in un’unica struttura, alle Civiche Raccolte d’Arte e che, nel piccolo Museo del Novecento, non sembrano più trovare spazio.

Il sottofondo musicale che ci accompagna nella visita alla mostra, dedicata da Palazzo Blu al Futurismo, è di George Gershwin e, quindi, seppur piacevole da ascoltarsi e forse un rimando all’esaltazione della metropoli, geograficamente e storicamente lontanissimo dalle istanze del movimento artistico milanese (con propaggini parigine, come dimostra anche il Manifesto del 1909 pubblicato sul Figaro). A parte questo, la prima parte dell’esposizione è dedicata ai tentativi di Balla, Carrà, Russolo e Boccioni di confrontarsi con poetiche coeve o passate, come il simbolismo e il post-impressionismo. Tra questi esempi, spicca Quelli che vanno (Studio grande per Stati d’animo, olio su tela, 1912) di Boccioni – e, per inciso, ricordiamo che il primo trittico di Stati d’animo, di matrice simbolista, è esposto a Milano; mentre il secondo (posteriore di un anno e successivo al soggiorno parigino), ormai chiaramente influenzato dalle istanze cubiste, al Moma di New York.

Dalla terza sala s’inizia ad approfondire il discorso propriamente futurista. Qui spiccano L’autobus (olio su tela, 1913) di Gino Severini; Carica di lancieri (tempera, collage su carta intelata, 1915) e Dinamismo Plastico Cavallo + caseggiato (olio su tela, 1915), entrambi di Boccioni – e quest’ultimo, in particolare, con un tema caro all’artista (basti pensare a Elasticità o a La città che sale); un paio di “Futur Balla”, che ben e semplificano gli studi di Balla sul moto e su una progressiva sintetizzazione della forme, ossia Vortice (olio su carta, 1914) e Automobile + velocità + luce (acquerello e seppia su carta, 1913). E ancora, lo Sviluppo di una bottiglia nello spazio (bronzo, 1912), uno tra i soggetti che hanno reso famoso il Boccioni scultore (esposto accanto all’interessante estratto da Sulle tracce del Futurismo, intitolato Sulla distruzione delle sculture di Boccioni, breve documentario che, però, non è proiettato di fronte al divanetto, dove si potrebbe goderne con la dovuta calma).

Una zona a sé stante è dedicata all’architettura futurista e vi sono raccolti, ovviamente, bozzetti e tavole di Antonio Sant’Elia (morto come Boccioni prematuramente, nel 1916, e che non riuscì, quindi, a dare seguito alle proprie intuizioni estetiche a metà strada tra un razionalismo post-moderno e i voli pindarici di Metropolis). Nella stessa sala parecchio materiale cartaceo, interessante anche perché dà il giusto valore al fattore comunicazione, perseguito da tutti i movimenti coevi attraverso manifesti, libri e pubblicazioni varie. Scelta questa valida sia per affermare e far circolare le idee in campo artistico, sia per farsi comprendere da un pubblico più vasto (in tempi in cui agli artisti importava ancora andare oltre l’autoreferenzialità per affermare valori – positivi o negativi, che li si giudichi a posteriori).

La sala successiva è tematica, dedicata all’interventismo e alla posizione dei futuristi a favore della guerra come “igiene del mondo” (che andava di pari passo con altre pessime velleità quali il “disprezzo della donna” che, dati femminicidio alla mano, sembrano ancora molto in voga). Perché se è stato ormai, e, giustamente, sdoganato il Futurismo come movimento artistico di valore e qualità rivoluzionari, non va sottaciuto che fu, ideologicamente, un movimento maschilista, bellicista e precursore del Fascismo. In questa sala campeggiano molte opere di Giacomo Balla, dove l’astrazione delle forme e i colori accesi sposano sventolii di bandiere patriottiche (Forme grido Viva l’Italia, olio su tela, 1915) e il mix di tecniche, ivi compreso l’uso del collage, avvicina le istanze estetiche futuriste a quelle cubiste (Folla + paesaggio, collage di carte colorate applicate su tela, 1915). Da notare, dello stesso artista, uno dei pochi esempi pseudo-scultorei, Complesso plastico colorato di frastuono + velocità (legno, cartone e lamine di stagno colorate a olio su legno, 1914 ca.) e l’ingentilirsi dei colori, ormai quasi pastello, con la trasformazione delle forme che, prima, servivano a comunicare messaggi di propaganda bellica, in inni alla natura a partire dal 1918 (Espansione di primavera, olio su tela; Linee forze di paesaggio + giardino, tempera su carta intelaiata; e ancora, Trasformazione forme-spiriti, olio su tela).

I futuristi, come gli appartenenti ad altri movimenti artistici del periodo, capirono l’importanza del connubio arti e mestieri e non disdegnarono di impegnarsi in settori che avrebbero avuto grande fortuna a posteriori, come il design e la pubblicità. Non può quindi mancare una sezione dedicata a Fortunato Depero e alla sua liaison con la Campari, i suoi lavori su tessuto (Mucca + cittadino, tarsia di panni colorati, 1926/27), le sue piccole sculture su legno che ritraggono una natura futurista, i bozzetti per scenari e locandine teatrali – come avviene anche per il cubista Picasso con Parade (di Coctau/Satie) o, sempre in mostra, per Giacomo Balla che, preso da una vena immaginifica e sognante, tesa a ridisegnare quell’universo che si sta sgretolando, dipinge Feu d’artifice (tempera e carta stagnola su tela, 1916/17) per l’opera di Igor Stravinskij.

Salendo al primo piano, ecco l’aeropittura, tendenza e tecnica pittorica di un successivo periodo (il suo Manifesto è del ‘31), che coinvolge solo una parte dei primi esponenti del Futurismo – alcuni, infatti, sono morti durante la Prima guerra mondiale o a causa delle ferite riportate; altri hanno, nel frattempo, intrapreso percorsi diversi, come il Carrà metafisico, o il Sironi del Ritorno all’ordine. Mentre l’Italia fascista s’impone, esteticamente, con Valori Plastici e Novecento, con un appiattimento su forme realiste e ideali spartani o da antica Roma, con artisti ex rivoluzionari che ormai producono croste inguardabili (che oggi non sarebbero esposte da nessuna parte se i loro autori non avessero partecipato anche ad altri movimenti), all’aeropittura – nonostante il piglio militarista – bisogna almeno riconoscere un ultimo tentativo di stare al passo coi tempi – bui, ma mai quanto quelli oscurantisti dell’adesione a un classicismo di maniera, pesante, apologetico, falsamente primitivo, stantio. Di questo periodo spiccano Aurora umbra (trittico, olio su tela, 1931) e In corsa (olio su tela, 1926 ca.), entrambi di Gerardo Dottori, probabilmente il miglior esponente dell’aeropittura, e Celeste metallico aeroplano (olio su compensato, 1931) di Giacomo Balla. Ma anche Mistero aereo (acquerello su carta ruvida, 1930/31) e Superamento terrestre (olio su tela, 1930/31), entrambi di Fillia, vicini a un uso delle forme e dei colori non figurativista.
 In chiusura alcune opere di straordinaria modernità firmate da Enrico Prampolini.

Tra queste Il grande sughero (metamorfosi cosmica), olio sughero e carta vetrata su faesite, 1928, che sebbene segua alcune teorizzazioni futuriste sull’uso di materiali diversi, mostra – nella libertà espressiva non figurativa e nella matericità delle sostanze scelte – i prodromi di artisti ed esperimenti futuri, da Burri all’arte povera.

Mostra ben illuminata, con supporti esteticamente in tema, ricca di opere pregevoli e piacevole da vedere (unica pecca: molti video sono sistemati in posizioni di passaggio).

La mostra continua:
Palazzo d’arte e cultura Fondazione Palazzo Blu
Lungarno Gambacorti, 9 – Pisa
fino a domenica 9 febbraio 2020
orari: dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle 19.00; sabato, domenica e festivi, dalle ore 10.00 alle 20.00

Futurismo
a cura di Ada Masoero
organizzazione Fondazione Palazzo Blu e Mondo Mostre
collaborazione Fondazione Pisa
patrocinio Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Comune di Pisa, Regione Toscana

Nella foto:
Mistero aereo, Fillia (Luigi Colombo)
acquerello e tempera su carta, 1930-1931
48.6×68.7 cm
Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni, Trento
©Siae 2019

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