Dall’America Latina all’estremo Oriente

Fino al 13 gennaio, a San Gimignano, tre artisti internazionali in mostra nel centro storico toscano: Jorge Macchi, Hiroshi Sugimoto e Shilpa Gupta.

È una combinazione di colori quella che affiora nel dittico Suspension points 03 (acrilico su carta, 2018) dell’artista argentino Jorge Macchi. Non perfettamente definito il soggetto, quasi a suggerire le infinite possibilità di aggregazione delle particelle o, per altri versi, che ciò che vediamo – o percepiamo – è solamente la nostra parziale e soggettiva visione della realtà. Realtà che si scompone, nella seconda parte dell’opera, in colori puri che paiono voler abbandonare il supporto per rientrare in quell’amalgama generale che le circonda e ivi sciogliersi – continuando all’infinito il processo di composizione e scomposizione.
Simile processo è esperibile anche nelle sculture di Present, da 01 a 05 (acciaio, 2018), tratteggiate e definite dal reticolo metallico che delimita specie di contenitori esplosi, i quali permettono, nella mente del visitatore, di giocare con le loro forme per riprodurre il processo di ricomposizione e immaginarli quali strutture poliedriche conchiuse.
Contenitori, ma di altro genere, quelli che mostrano le possibili trasformazioni operate dal tempo – simboleggiato da improbabili clessidre. In Father and Son e in Melt (entrambi acquerelli su carta, 2018) sentiamo il rimando alla trasmissione dei saperi e delle caratteristiche genetiche, ma anche alle difficoltà di tali processi – come pure in Stuck (ancora un acquerello su carta, sempre del 2018).
Molto suggestive le installazioni realizzate per mostrare la propagazione della luce generata da una candela, in Vanitas 01 e Vanitas 02 (entrambe strutture in bacchette di legno, libri e candela, 2018), e che trasformano un effetto luminoso di per sé trasparente e fluido in una cristallizzazione materica che occupa uno spazio preciso.
Interessante anche la sinfonia che può generare il casuale passaggio dei visitatori in prossimità dei giradischi di Waking hours (installazione sonora realizzata in collaborazione con Edgardo Rudnitzky, 2018) che, opportunamente predisposti, si mettono in moto. Lo stesso brano – ma suonato con strumenti differenti, e riprodotto su vinile – riesce, pur nella casualità, a generare un’interessante e corale sequenza armonica.
Quello della forma – quando non è sostanza – è il tema affrontato in modo ironico in Trap (legno, 2018). La sagoma di un pianoforte svuotato di tutti i suoi elementi sonori si trasforma in un contenitore che si può solo immaginare di riempire. Così come affascina la visualizzazione delle note che l’orecchio percepisce, mentre la mente immagina il processo che sta generando l’armonia impressa su un rullo da carillon – in Himno (videoproiezione, 2018). Pieni e vuoti che tornano, ai quali si somma la profondità che solo la distanza da Temporary relief (olio su tela, 2018) rende percepibile, grazie all’uso del cromatismo. Una serranda che svela, per sua natura, ciò che protegge – ma allo stesso tempo contribuisce a distanziarlo dalla nostra realtà.

Profondità e prospettiva sono alla base, anche, del lavoro di Hiroshi Sugimoto – sebbene di tutt’altra natura in quanto basato sulla fotografia e sul lavoro di stampa, curati entrambi dall’artista giapponese, in grado di rendere ogni soggetto, anche quando ruvido o tagliente elemento architettonico, nella sua morbidezza intrinseca; mentre le tonalità monocrome sconfinano nelle pennellate dolci della pittura paesaggistica (o nel cinema) impressionista. Le forme si ammorbidiscono, pur mantenendo tutta la profondità originale e primitiva, come in Basilica of Saint Francis of Assisi; oppure si allungano in volute tendenti verso l’alto, perdendosi in un labirinto di infinite tonalità di grigio e chiaro-scuri, come in Staircase at Villa Farnese II (entrambe stampe in gelatina d’argento, 2016).
L’inizio, che è anche la fine, così come il bianco che tutto ricomprende e tutto annichilisce. Lo schermo al centro di lavori quali Cinema Teatro Nuovo (San Gimignano, 2014) oppure Cinema Odeon (Firenze, 2013), entrambi stampe in gelatina d’argento, ripreso e riproposto nella sua singolarità, come vuoto in attesa che qualcosa avvenga, trasmette una sensazione di solitudine che la penombra e la mancanza di esseri umani rendono ancora più evidente. Un percorso, quello costruito con le opere esposte, che è anche rappresentativo di un viaggio attraverso l’Italia dei teatri, come l’Olimpico di Vicenza (stampa in gelatina d’argento, 2015), e delle dimore patrizie, quale Villa Mazzacorati a Bologna (stampa in gelatina d’argento, 2015), cercando di afferrare in uno scatto il passato e il presente di quei luoghi che, in questa mostra, appaiono ancora più misteriosi.

Due sole, ma significative, opere per l’artista Shilpa Gupta – giocate entrambe sul senso delle parole. Un cerchio luminoso che tutto racchiude ma nulla trattiene (Thought Inside a Thought) e le tre sculture di Untitled che, nella loro apparente semplicità, racchiudono l’intero dramma che l’universo femminile vive tuttora nel mondo. Segregato, escluso dalla conoscenza, per perpetrare quella sottomissione alla famiglia patriarcale che non si rassegna a scomparire.

Le mostre continuano:
Galleria Continua
San Gimignano, varie location
fino a domenica 13 gennaio 2019
orari: tutti i giorni, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 19.00
https://www.galleriacontinua.com/

Jorge Macchi
Suspension Points
a cura di Laura Hakel

Hiroshi Sugimoto
The First Encounter
L’Italia attraverso gli occhi di Hiroshi Sugimoto e l’Ambasciata Tenshō

Shilpa Gupta
Untitled
Thought Inside a Thought

Nella foto, a sinistra, Teatro Comunale Masini, Faenza 2015, stampa in gelatina d’argento; e a destra, Map Room at Villa Farnese, Roma 2016, stampa in gelatina d’argento. Per tutte le immagini, Courtesy GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana.
Foto di Ela Bialkowska, OKNO Studio

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