Gavino Clemente | Sulle tracce di Clemente

Il museo sospeso tra identità, tradizione, arte e moda

In Sardegna, d’estate, non si vive di solo mare e per fortuna le occasioni per confrontarsi con l’arte dell’isola, per quanto miseramente supportate dalla Regione, non mancano. Un esempio degno di nota è la mostra Sulle tracce di Clemente ospitata dal Museo G.A. Sanna di Sassari, dove l’etnografia incontra la moda e il concetto di esibizione si ritrova a gambe all’aria.

C’è a Sassari un museo che non apre i suoi battenti dal 2018 (causa Covid-19 e restauro delle strutture), nonostante l’elevato numero di reperti di riconosciuto valore storico e artistico custoditi al suo interno. È il Museo Nazionale Giovanni Antonio Sanna, «un organismo polivalente articolato in tre sezioni: Archeologica, Etnografica e Pinacoteca». Dal 18 giugno 2021, in un tentativo di rilanciare la cornucopia di artefatti risalenti alle epoche nuragiche, romane e medioevali della zona, la direzione del Museo ha deciso di affidare al famoso stilista di Alghero, Antonio Marras, un’esposizione dedicata a Gavino Clemente (1884-1935), il “cavaliere intraprendente” nonché direttore artistico del mobilificio di famiglia a Sassari. La mostra Sulle tracce di Clemente, ospitata «nell’ala del Museo dedicata all’illustre personaggio legato alle origini della collezione etnografica, […] celebra la cultura a trecentosessanta gradi, e lo fa sulle note dell’archeologia, dell’arte, della tradizione, della musica e della letteratura. Un dialogo tra varie forme di cultura che ha come obiettivo la valorizzazione dell’immenso patrimonio del Museo».

Col tipico taglio vaporoso che lo contraddistingue, l’algherese ha affondato le mani negli archivi e nelle “dispense” museali per tirarne fuori un tripudio di commistioni e cortocircuiti semiotici che riescono a dare nuovo respiro a una ricchezza artistica forse troppo assopita nei rigidi dettami del concetto di musealizzazione/venerazione contemporanea («fatti salvi i criteri museografici e le necessità legate alla ottimale conservazione dei materiali», come ci tiene a precisare la direttrice Elisabetta Grassi). Ribaltando dunque qualsiasi regola prefissata, Marras riesce a mettere in mostra (sic!) tutta una stratificazione culturale nello spazio limitato dei due piani limitrofi al Museo in lento restauro: «Influssi mediterranei, fenici, punici, bizantini, arabi, catalani, spagnoli, francesi ecc. ci fanno essere quelli che siamo, nella lingua, nei pensieri e nel vestire. Il costume sardo affascinò e affascina per la straordinaria varietà, per gli elementi strutturali, decorativi, cromatici e per il suo significato di identificazione etnica», chiosa.

Nonostante la sua indubbia valenza, Sulle tracce di Clemente perderebbe parte del suo fascino folkloristico, però, se non fosse per la “zelante” e soprattutto non richiesta visita guidata da parte della signora Anna (nome fittizio ma probabilmente veritiero per mala memoria di questa penna), lavoratrice presso il “Sanna” dal lontano 1998. Una volta controllato con grande attenzione l’ormai prezzemolato Green Pass, A. comincia il suo lavoro pressappoco così: «Vado io va’ – rivolta alla collega all’ingresso, seduta comodamente accanto a un ventilatore futuristico sparato a palla all’interno della struttura già di per sé molto condizionata, a riprova del fatto che questo agosto il caldo sardo è torrido per tutte/i -, che mi sgranchisco un po’ le gambe».

«Innanzitutto deve sapere che tutto quello che vedrà nella mostra è di proprietà del museo e che Marras l’ha selezionato per fare questa esposizione», comincia A., camminando con passo ossequioso verso la sala nera che dà inizio a tutto. «Questo è di Clemente, che aveva un’azienda in cui fabbricava mobili in legno», prosegue, indicando un enorme armadio in stile art nouveau: «Era molto famoso qui a Sassari e alcuni suoi mobili sono stati donati al museo».

Proseguiamo nella seconda anticamera dell’esposizione e, una volta salutati i mezzi busti dei “padroni di casa”, Sanna e consorte, ci fermiamo davanti a un quadro di datazione non pervenuta (sia per mancanza di cartellino, sia per mancanza di interesse da parte di A.). «Queste ceste sono come quelle nel quadro», dice, indicandomi due enormi palines, contenitori in vimini tipici del luogo posti ai lati del dipinto. «Qua dentro ci mettevano le cose che lavavano -riferendosi alle donne che facevano il bucato nel fiume raffigurate nella pittura-, ma anche altra roba, come pane e cose così». Comincio a capire l’antifona, ma abbozzo e annuisco, seguendola nella prima sala del Padiglione Clemente. Davanti a me, un lungo corridoio diviso nel mezzo da una grata di altrettanti metri contenente “cocci” di varie epoche e provenienze offre a entrambi i lati “quadri” concepiti da Marras, vere e proprie crasi iconiche composte da elementi arbitrariamente (e raffinatamente) giustapposti al fine di creare suggestioni oniriche nel visitatore. Come ammette lo stesso Marras, «per noi, l’identità non è un dato statico, né è pura memoria, ma qualcosa di dinamico, dialettico, una costruzione continua, variegata, fatta di realtà distinte che, fra opposizioni e separazioni, si modellano e rafforzano. Per questo associazioni, mischie, inserti, opposizioni, accostamenti, intersezioni, confronti, richiami, assonanze, collaborazioni, voci diverse sono le parole chiave per interpretare il concetto nuovo dell’allestimento».

Ma A. è di un’altra opinione: «Qui Marras ha preso cose di tempi diversi e le ha messe insieme. Come diciamo a Sassari, ha fatto una mestura, così, perché gli andava», critica, cercando in me una sorta di alleanza che le concederò per darle briglia sciolta in questa visita guidata all’insegna dal gusto personalissimo della cara signora. «Queste sono ossa varie», prosegue, indicando una vetrina con una composizione di campanacci di epoca romanica e, appunto corna e ossa animali, dal titolo Mamuthones, le maschere tipiche del carnevale di Mamoiada in Sardegna, che procedono in silenzio e con fatica durante la processione facendosi carico, appunto, di pellicce e campanacci. «Ne abbiamo talmente tante di queste (le ossa), che ci facciamo la zuppa qua a Sassari», confida, riecheggiando quel “dove scavi, scavi, ti trovi un reperto” di romana memoria.

La visita prosegue con lo stesso piglio critico e di riprovazione da parte di una persona che, come dicevamo, lavora da anni nel mondo dell’arte e, a quanto pare, ha imparato ad apprezzarne solo un dato modus exprimendi, evidentemente sovvertito dal Marras. «Queste secondo lei cosa sono?», chiede ormai in confidenza A., indicando dei gioielli in argento di squisita fattura disposti su una testa antropomorfa in tela bianca a mo’ di acconciatura. «Degli orecchini», azzardo io, consapevole della mia ignoranza e della soddisfazione che essa avrebbe generato di lì a poco. «No», risponde solerte A., «sono is buttonisi, tipo i gemelli della camicia, che si mettevano sui vestiti per i giorni di festa. Ce ne sono anche in oro, costano un sacco. Marras li ha messi come se fossero una parrucca. Mi dica lei che senso ha…», chiede in modo decisamente retorico.

Mentre avanziamo lungo il corridoio, noto con piacere che il gusto artistico dello stilista si è fuso alla perfezione con l’ambiente, riuscendo a ricreare uno spazio subacqueo dove tutto aleggia al ritmo di una musica jazz sicuramente desueta per location e contesto, ma comunque azzeccatissima. Il soffitto, poi, con la sua feritoia in vetro, lascia intravedere una sfilza di mezzi busti incamiciati e incorsettati che si riflettono sui “cocci” sottostanti, preambolo di un secondo piano ancora più folkloristico, ma non per questo meno disprezzato dalla mia guida. Anzi.

Passando in rapida rassegna la stanza delle reggenti giapponesi, dove il Marras ha sapientemente impiegato abiti tradizionali tuttora in uso nelle feste patronali per ricreare, appunto, le figure di imperatrici e donne di varie epoche tramite gonne, corpetti e altre prendas di zona, seppure di “paesi diversi”, come ci tiene a precisare A. con un non velato disappunto campanilistico, torniamo nuovamente nel corridoio del piano terra, dove acceleriamo per mancanza di informazioni degne di nota (o memoria). Per guadagnarmi un sorriso, provo a indicare uno dei vari mobili che costellano la sala, dicendo «anche questo è di Clemente», scegliendo ahimè l’unico mobilio donato da una famiglia privata alla collezione del museo, che Marras ha comunque scelto per motivi ovviamente oscuri ad A..

Tra tappeti, sacche da cavallo e borracce in terracotta fatte con una maestria sorprendente per l’epoca, approdiamo finalmente al primo piano, dove un enorme pezzo di stoffa (diverso da quello precedente, bianco, in cui «facevano lievitare il pane prima di cuocerlo», disprezzando così A. l’accostamento tra panificazione e religione tentato dal Marras), osserva i nostri passi su per le scale. «Con quello ci coprivano i morti» taglia corto A., evidentemente a disagio in questo secondo spazio espositivo un po’ troppo votato al momento finale. Qui, la sfilza di camice separa da un lato una serie di gonne multicolori e dall’altro un ulteriore accostamento “profano” di epoche e culti, re-immaginati e ricontestualizzati con non poco senso dell’umorismo dall’artista di Alghero. «Non si spaventi», avverte A., prima di scostare la tenda che separa l’ultima sala dal resto dell’esposizione. «Io la chiamo il cimitero». All’interno della stanza quadrata, una grande Vedova fatta di vestiti tradizionali rigorosamente neri fa da fulcro a una serie di pietre tombali incise di epoca romanica rivolte tutte verso una serie di foto di defunti, consuetudine ormai persa di rappresentare la morte col corredo dei vivi che ne facevano testimonianza. «È una cosa tremenda, di questi tempi, poi…», dice A. indicando la foto di un bambino vestito a festa e con gli occhi sbarrati sdraiato su un letto di fiori.

Da quel momento in poi, la visita si conclude con celerità apotropaica e in quattro e quattr’otto mi ritrovo all’ingresso del Padiglione dove, finalmente ritornati nel classico bianco museale, A. si lascia andare a un’ultima filippica contro il «progettista e ideatore di un nuovo modo di interpretare il percorso espositivo», come definisce Marras il Direttore della Direzione regionale Musei Sardegna, Francesco Muscolino: «ha voluto ridipingere tutte le pareti di nero, l’”artista”, ma lei lo sa che il pavimento era in un bellissimo parquet e che adesso dovremmo buttare via tutto quando finirà la mostra? Che assurdità». Uscendo dal Museo (accompagnato quasi fino alla strada da un’A. oramai entusiasta di aver trovato in me un canale di sfogo per la sua incomprensione artistica), mi rendo conto che Sulle tracce di Clemente mi ha lasciato qualcosa di più di un semplice stupore per questo modo “dissacrante” di allestire una mostra in un museo archeologico. Se non fosse stato per la signora A., infatti, probabilmente sarei passato davanti alle vetrine create da Marras come si passa davanti ai quadri più belli del Louvre, o del Prado, con distrazione e di sfuggita, troppo presi dalla smania di guardare tutto senza vedere niente. La presenza importante di A., invece, ha cambiato le regole della visita museale, costringendomi a confrontarmi con i reperti e le opere esposte tramite un dialogo impari per conoscenze e apprezzamento di base, ma pur sempre essenziale per dare un valore diverso alla fruizione della mostra. Monologare con l’arte, infatti, spesso porta a darsi ragione, mentre il dialogo, quello impegnativo e pieno di scontri e incomprensioni, aiuta a costruirsela, una ragione.

@Foto: Daniela Zedda

 

La mostra continua:
Sulle tracce di Clemente
ideazione e allestimento Antonio Marras, direzione Elisabetta Grassi

Museo Nazionale “Giovanni Antonio Sanna”
via Roma 64 – Sassari
fino al 18 giugno 2022
orari: dal martedì al sabato, dalle ore 09.00 alle 20.00

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Published by Francesco Chiaro