martedì , 19 giugno 2018
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Gli architetti di Zevi. Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944-2000
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Una mostra, al Museo Nazionale delle Arti del XXI° secolo di Roma, accende lo sguardo sull’architettura italiana dal Dopoguerra al nuovo millennio. La mostra, esaustiva e ben articolata, che il Maxxi dedica a Bruno Zevi segue tre linee tematiche: la biografia dell’uomo, architetto e pedagogo; i progetti dei colleghi che ha recensito e inserito nelle …


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L’architettura come scelta etica

Una mostra, al Museo Nazionale delle Arti del XXI° secolo di Roma, accende lo sguardo sull’architettura italiana dal Dopoguerra al nuovo millennio.

La mostra, esaustiva e ben articolata, che il Maxxi dedica a Bruno Zevi segue tre linee tematiche: la biografia dell’uomo, architetto e pedagogo; i progetti dei colleghi che ha recensito e inserito nelle mostre da lui curate; e l’impegno nella divulgazione dell’architettura che, in lui, diventa parametro etico ed estetico, scelta per una lettura approfondita delle società passate e a lui contemporanee.
Mentre la sua voce e la sua immagine (in video) accompagnano il visitatore, spiegando con parole semplici, comprensibili anche ai non addetti ai lavori, il senso di termini quali urbanistica e architettura e la ricaduta in altri ambiti delle scelte politiche in questi settori, si può iniziare il percorso espositivo soffermandosi sulla Casa, progettata da Mario De Renzi, a Sperlonga (Latina, 1951), di chiara ascendenza wrightiana, e quindi vicina alle scelte etico/estetiche dello stesso Zevi, che descrive, non a caso, l’abitazione con piglio quasi poetico: “sembra autoformarsi dalla materia pietrosa con un ritmo avvolgente e aggressivo” (B. Zevi, in La morte di Mario De Renzi nello scirocco romano, 1979). E ancora, il Centro per lo studio e lo sviluppo delle minoranze etniche albanesi di Marcello Guido (San Giorgio Albanese, Cosenza, 1990/95). Dove l’instabilità delle forme e la brillantezza dei colori – entrambi à la Mondrian – rimandano, esteticamente e metaforicamente, alla situazione degli albanesi, migranti e rifugiati, di quegli anni. O, come scrive Zevi, in L’architettura. Cronache e storia, 1995, il “primo aspetto che emerge dal lavoro di Guido è la decisa spregiudicatezza con cui attinge al patrimonio del Movimento Moderno”.
In esposizione anche la copertina del numero 1 di Metron, rivista fondata da Zevi nel 1945 e altoparlante del movimento al quale Zevi si rifarà per tutta la vita, ossia l’architettura organica (non a caso, lo stesso anno costituirà l’APAO, ossia l’Associazione Per l’Architettura Organica). Istanze come il connubio di uomo e natura, l’inserimento di architetture che esaltino e si integrino con l’esistente, il sogno di un’urbanizzazione sostenibile, dovevano – così come accade ancor oggi – apparire decisamente utopistiche in anni, come quelli del Dopoguerra che, a causa delle necessità impellenti della ricostruzione post-bellica, promuovevano opere di edilizia residenziale che si sarebbero trasformate in ghetti di cemento armato e in quartieri-dormitorio, vecchi e desolanti – e che sfoceranno nella speculazione edilizia degli anni Sessanta e Settanta.
La bella mostra è un continuo confronto con un’epoca in cui l’architettura si voleva e si sentiva eroica, e con progetti e fotografie scattate a ridosso della consegna di opere che proponevano il sogno di una nuova razionalità nella progettazione urbanistica – che avrebbe consentito l’erezione di edifici pubblici e privati modellati sulle esigenze dei loro abitanti, avvicinandosi alle proposizioni organiche di Zevi stesso. Ma che spesso – con gli occhi di oggi – dimostrano tutti i propri limiti. Basti citare il Villaggio Olimpico (Roma, 1958/60) di Luigi Moretti, Adalberto Libera, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Vittorio Cafiero, che avrebbe dovuto essere una risposta altamente qualificata al bisogno di abitazioni della classe impiegatizia e che diventerà, per lunghi periodi, simbolo di degrado urbano e sociale.

A concludere il percorso la pagina “Me ne vado per ottimismo” in cui Zevi spiegava le sue ragioni riguardo alla scelta di lasciare l’università con diversi anni di anticipo sul normale pensionamento. Fa riflettere e anche arrabbiare leggere cosa scriveva Zevi alla fine degli anni Settanta. Alla domanda se tutti abbandonassero l’università cosa accadrebbe, replicava: “Ipotesi astratta. Questo è un Paese in cui nessuno si dimette” – ieri come oggi, verrebbe da aggiungere. E le sue ragioni, in fondo, erano identiche a quelle di migliaia di giovani, e meno giovani, laureati, ricercatori e professionisti che migrano in Europa o Nord America: “Cosa siamo riusciti a fare, negli ultimi vent’anni per opporci allo sfascio?… l’università è inagibile,… la ricerca scientifica è ridotta quasi a zero,… la didattica è paralizzata da un numero inflazionato di studenti, dalla carenza di spazi e di attrezzature”.
Bruno Zevi docet.

La mostra continua:
Maxxi – Museo Nazionale delle Arti del XXI° secolo
via G. Reni, 4A – Roma

Gli architetti di Zevi. Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944-2000
a cura di Pippo Ciorra e Jean-Louis Cohen
fino a domenica 16 settembre
orari: tutti i giorni, dalle ore 11.00 alle 19.00; giovedì dalle ore 11.00 alle 22.00; (lunedì chiuso)


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