Il trash tra folgorazione estetica, visione oltraggiosa e avanguardia artistica

Paillettes, strass, superfici lucenti e vetri riflettenti ammiccano sorridenti l’invito di una giornata stellare trascorsa in una contemplazione fagocitante che precipita il fruitore nell’ipnotica bellezza delle forme affogandolo in acque dolci. Magnetiche e  fatali le sgargianti epidermidi appaiono come miraggi nella calura desertica rimpiazzando l’esigenza ancestrale di verità con un desiderio anch’esso innato, ma decisamente più strutturato.

Il trash oggi ha subito un’evoluzione iperbolica tant’è che la metamorfosi del brutto anatroccolo nelle fattezze appariscenti dell’abbagliante cigno è stata vissuta sia come inevitabile, che come improvvisa manifestazione di un cambiamento in atto nella società e nel suo modo di percepire e di intendere la realtà.

Dalla crudezza un po’ primordiale e un po’ underground della tv verité di Andrea Diprè si è passati a programmi televisivi dove la spettacolarità, la finzione e la costruzione di incantati multi-universi irreali si mescolano in un potente mix, tratteggiando stereotipi universali che combinati insieme danno luogo a improvvisi cortocircuiti archetipici.

È il caso del noto show di Canale 5 Ciao Darwin, dove la duplice conduzione di un irriverente Paolo Bonolis e un esilarante Luca Laurenti mettono in vetrina l’universalità e l’eterogeneità di atteggiamenti e comportamenti umani spinti ai limiti del consentito, come dimostra molto bene l’eccitazione del pubblico maschile di fronte a una bellezza femminile fortemente stereotipata ed estetizzata come quella incarnata da madre natura, mentre anche il gentil sesso non si lascia scappare l’occasione di strepitare al passaggio di prestanti corpi virili e modelli di intimo nella prova del defilé.

E tra giochi pronipoti di giochi senza frontiere, scenette comiche slapstick e balletti sempre più provocanti, l’articolata scenografia rivela tutta la sua efficacia nel perenne sbrilluccichio psichedelico di riflettori e abiti di scena inguinali che sfrecciano veloci sulla pista da ballo; è l’immagine di un carosello sfavillante carico di luci, leggerezza e divertimento reiterato in loop.

Si è di fronte a un trash più elegante e raffinato, costruito ad hoc sulle aspettative e sulle speranze del pubblico, rispetto alla spontaneità grottesca degli intervistati di Diprè che senza filtri argomentano sulle loro esigenze di singoli, come Giuseppe Simone che inneggia alla conquista di involucri vaginali minacciando con occhi vitrei pornostar di metterle incinte non di un bebè ma ben due gemelli, mentre Peppe Fetish cerca piedi sporchi, anneriti, puzzolenti di vrenzole napoletane da annusare o leccare a seconda dei gusti.

La vicinanza diretta e quasi intima con questi personaggi fuori dalle righe permette un elevato livello di accostamento a quella che è la cruda verità del reale, con le sue innumerevoli gradazioni di stranezze e bizzarrie che in alcuni casi la rendono anche alquanto straordinaria in quanto imprevista deviazione dall’ordinario.  L’immersività che deriva dal contatto ravvicinato con lo schermo di Youtube si è rivelata nel tempo così avvolgente tanto da inghiottire anche lo stesso Diprè nell’abisso dello spettacolo-spazzatura, tramutandolo da avvocato/critico d’arte (se così possiamo chiamarlo) ad attore pornografico, in questo caso si può parlare di involuzione: il cigno è tornato anatroccolo.

In arte l’attenzione si è invece spostata sulle opere “confezione regalo”, quelle dalla patina luccicante che attrae con il suo mantello di bellezza, spettacolarità e ironia come le suadenti superfici metalliche di Jeff Koons, le smaltate composizioni di rifiuti cristallizzati di Bertoldi e Cassoni, le scenografiche trasgressioni di David La Chapelle, o ancora gli accattivanti spot-movie di Francesco Vezzoli.

La contrapposizione con la concezione novecentesca del rifiuto come elemento intrinsecamente brutto e grottesco, basti pensare all’art brut di Dubuffet o ai quadri-trappola di Daniel Spoerri o ancora all’iconica Venere degli stracci di Pistoletto, è evidente in The Holy Virgin Mary di Chris Ofili che opera una vera e propria esteticizzazione del rifiuto, rimuovendo attraverso l’eleganza dei segni la rozzezza della materia prescelta per dar corpo alla figura della vergine, facendo dimenticare all’osservatore di contemplare escrementi su tela al contrario di Piero Manzoni che ne ostentava la presenza con la sua Merda d’artista; Jeff Koons e Vezzoli si spingono ancora oltre esibendo le potenzialità del prodotto di scarto, bile del consumismo, esaltandone la bellezza dell’artificiosità, le forme ambigue e prospere e la luminosità cangiante, spostando l’attenzione sulla triplice dimensione visione-apparenza-spettacolo piuttosto che sulla funzionalità concreta.

Attratti come falene dalla luminescenza di una fiamma inestinguibile non si può fare a meno di ammirare, totalmente persi, il luccichio epidermico dello spettacolo di luci e scintillii che con fare disinvolto rubano prima un’occhiata e poi si appropriano di tutta l’attenzione che si riservava al vivere.

È uno dei tanti paradossi del contemporaneo, le luci non smettono di accecare eppure non si riesce a svincolarsi da quella profusa vuotezza emanata dai bagliori; il loro potere è onnisciente, così come la loro bellezza estatica e per tali ragioni forse è arrivato il momento di riconoscerne conseguenze e derive con sguardo distaccato, in fin dei conti è impossibile ignorarle ma andrebbero, oltre che contemplate, anche indagate più in profondità o l’alterativa sarà diventare ciechi alle nuove esigenze della vita e della società.

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