lunedì , 18 giugno 2018
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Jago. Habemus Hominem
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Una modernità di immagini con riferimenti alla tradizione: è questo il leitmotiv alla base delle sculture di Jago – all’anagrafe Jacopo Cardillo – esposte al primo piano dell’Aranciera di Villa Borghese. Il recupero del passato e la sua interpretazione diventano mezzi per condividere messaggi attraverso la pietra. Sì, perché la pietra racconta sempre qualcosa, sia …

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Tanto da provare

Una modernità di immagini con riferimenti alla tradizione: è questo il leitmotiv alla base delle sculture di Jago – all’anagrafe Jacopo Cardillo – esposte al primo piano dell’Aranciera di Villa Borghese.

Il recupero del passato e la sua interpretazione diventano mezzi per condividere messaggi attraverso la pietra. Sì, perché la pietra racconta sempre qualcosa, sia quando è un semplice sasso, sia quando prende forma. E tutto prende forma, perché tutto, semplicemente, accade. Sembra che l’artista voglia tirar fuori le più intime proprietà dai blocchi che scolpisce e giocare sulla sensazione tattile prodotta dai tecnicismi. Lo sguardo viene catturato dal candore della materia e dalla potenza che il marmo acquista nel mostrarsi soffice e quasi elastico. Come più volte ha sottolineato Jago, è l’arte di Michelangelo a infondergli coraggio per le sue creazioni, a dargli la spinta per riuscire a superare la propria immaginazione e tuffarsi in un non-luogo dove tutto accade e dove tutto è plasmabile per diventare reale. La scultura è il mezzo attraverso il quale la creatività supera le idee e si fa condivisione di contenuti e sentimenti, che diventano patrimonio di tutti, dell’umanità.

Ognuno ha gli strumenti per comprendere il significato dell’opera d’arte, e la spiegazione non aggiunge o non toglie nulla perché il significato dell’opera è l’opera stessa. Essa ci affascina, ci abbaglia, ci commuove, oppure ci lascia totalmente indifferenti. Succede come quando ci si innamora; ci si innamora e basta, senza nulla da dire, ma tanto da provare. In arte, come in amore, c’è poco da dire ma tanto da provare. E l’arte di Cardillo riesce a trasmettere tanto. Oltre al lavoro sulla materia, quello che stupisce è l’approccio nei confronti di un modus operandi che gioca con il concetto di memoria e il suo rapporto col tempo, che permette di creare opere che sono contemporanee ed eterne. Tra tutte le sculture esposte, Habemus hominen (che dà il titolo alla mostra) rapisce lo spettatore e lo conduce attraverso un viaggio intimista, che parte dalla tradizione per approdare a un hic et nunc di sapore quasi caravaggesco. Non c’è più il busto originale che ritraeva il pontefice privo di occhi, con la talare bianca, ieratico, sicuro, guida e pastore distaccato dal popolo, ma un uomo nuovo, denudato, svestito dei paramenti, della sacralità e delle certezze – come papa Benedetto XVI dopo aver abdicato al pontificato – poiché le speranze svaniscono e tutto semplicemente accade. Ora ci sono solo carne, vene e ossa in una fisicità corrosa dal tempo, ma che, grazie al tempo, ha acquistato la vista mostrando occhi cerulei che fissano lo spettatore in ogni passo. Adesso c’è semplicemente l’uomo, un uomo nuovo, poiché l’opera d’arte nasce, si nutre, cresce e muta.

La scultura per Jago è come un figlio e, come un bambino che viene al mondo ha bisogno del nutrimento che solo la madre potrà offrirgli, essa necessita dal continuo lavoro e modellamento che solo l’artista potrà garantirgli.

La mostra continua:
Museo Carlo Bilotti
Aranciera di Villa Borghese
Viale Fiorello La Guardia 6 – Roma

JAGO Habemus Hominen
Dal 16 febbraio al 2 aprile 2018
Orari: da martedì a venerdì e festivi ore 10.00-16.00
(Ingresso consentito fino alle 15.30)

5,00

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