Il confine liminare dell’agire

All’interno dei locali del Pastificio Cerere Antonio Fiorentino si interroga sul destino dell’umanità e del mondo, riflettendo sul concetto di distruzione e di confine con la sua nuova opera Kiribati.

Consumarsi e lasciarsi trascinare dalla corrente, senza più pensare, senza più contrastarla né lottare, lasciando che il tempo e il destino facciano il proprio corso non è cosa per i deboli di cuore, ci vuole coraggio per fermarsi e lasciarsi andare, eppure non sempre questa scelta riserva spiacevoli sorprese. L’installazione Kiribati di Antonio Fiorentino esposta negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere a cura di Marcello Smarelli dimostra come l’erosione non sia un agente unicamente distruttivo, ma come i suoi effetti possano generare il germe della possibilità del rinnovamento; tra calcinaci e frammenti di oggetti l’occhio si muove incantato dal fascino magnetico emanato della nuova terra, l’aria è surreale così come il candore grigiastro irradiato dai detriti superstiti.

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Decadimento e rigenerazione circondano lo spazio intriso di malinconia e aspettative, la materia si perde e gli oggetti si frantumano e si allontanano. Tra essi si riconoscono i segni di un’umanità scomparsa: reti da pesca, frammenti di scheletro di squali e pesci, corde, ferri arrugginiti e strani oggetti dorati sparsi tra le macerie, accolgono timidamente il visitatore rivelando la traccia di ciò che è stato e che ora non può più essere, come un monito proveniente da un altro tempo e un altro spazio. Entrare in un ambiente come questo presuppone una certa preparazione; è strano ritrovarsi sulla linea di demarcazione del confine terrestre, si ha come l’impressione di evaporare divenendo parte integrante della rovina. Fine e inizio si compenetrano in unicum narrativo che racconta la bellezza e la necessità del vuoto, la sua forza e la sua potenzialità. La nuova Atlantide riemerge dagli abissi nel suo splendore perturbante ricordando un tempo lontano nel quale si è vissuto con gioia e dolore, passione e sofferenza. La freddezza dello scenario apocalittico è la conseguenza delle azioni e delle scelte sbagliate che hanno portato al crollo di una civiltà intera e con essa al collasso dell’ecosistema. Ispirato dal suo soggiorno presso le isole Kiribati (dalle quali prende il titolo l’opera) situate nel mezzo dell’oceano Pacifico, Antonio Fiorentino decide di affrontare un tema delicato e urgente, rendendo l’arte lo specchio premonitore di un domani privo di vita, prodotto della società contemporanea. Con coraggio l’artista, diventato attivista, lancia un avvertimento dal quale non si può che rimanere colpiti: “siamo pronti alla fine?” Se la risposta è negativa probabilmente bisogna rivalutare il proprio rapporto con la natura e l’impatto che si esercita giornalmente su di essa. La ruggine è un altro segnale della consunzione e della presa di coscienza della realtà, mentre l’elemento perturbante rappresentato dagli oggetti appartenenti all’essere umano è prioritario sia nella fascinazione sia nella definizione di senso dell’opera. Concettuale, Situazionismo, Land Art e Arte Povera si miscelano concorrendo a creare un’opera potente e carica di fascino ed emozionante, un’opera che sa scuotere e sa iniettare il seme della riflessione. Eterea, melancolica e post-umana Kiribati mostra un mondo distrutto e rinato, dove la specie umana si è estinta, auto-annientata dalla propria superbia, mentre il chiarore racchiude dentro il suo recinto un’ombra tetra e l’orizzonte si delinea inevitabilmente mutato. L’alba e il tramonto si sovrappongono generando la visione di una nuova conturbante dimensione artificiale, segno dell’arrivo dell’epoca nuova.

La mostra è in corso:
Fondazione Pastificio Cerere
Via degli Ausoni, 7 – Roma
dal 19 marzo al 19 luglio 2019

Kiribati
Antonio Fiorentino
a cura di Marcello Smarrelli

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