Riflessione sull’abbattimento dissacratorio delle statue

L’argomento sul quale si sono esposti in tempi recenti  fior fiore di storici, critici d’arte, divulgatori e politici è stato la furia iconoclasta che in forme diverse si sta abbattendo su monumenti e statue che diventate improvvisamente rappresentazioni del “male”.

Partendo dall’assunto che erigere delle statue è un gesto di sacralizzazione, come ha affermato Michela Murgia nelle sue stories di Ig, le statue sono l’elemento laico più simile al calendario cattolico riferito ai santi; ma scegliere cosa sacralizzare è un atto di potere, e chi detiene il potere decide che memoria imporre. La sacralizzazione di qualcosa o qualcuno è parte integrante del bottino di guerra, per questo le statue, e la storia che si studia a scuola, sono opera dei vincitori

Particolarmente interessante, come osserva Salvatore Settis in un brillante articolo, è la mostra del 2013 dal titolo Art Under Attack. Histories of British Iconoclasm in collaborazione con la Tate Gallery, che si impegna a cambiare il nostro punto di vista obbligandoci in qualche modo a guardare come l’iconoclasta sia presente in noi, e non necessariamente qualche cosa da associare soltanto al terrorismo Islamico.

Quando si parla di “furia iconoclasta quindi”, stiamo affermando che la statua stessa rappresenta qualcosa di sacro, tuttavia scegliere di rendere sacra e monumentale solo la parte che ci delizia della vita di qualcuno è un atto mistificatorio e violento. Sacralizzare la figura significa di fatto intimare il primato di una parte della storia rispetto ad un’altra, senza contare l’imposizione figurativa del monumento in uno spazio pubblico, in cui cittadini dalle più variegate ideologie, etnie e religioni che sono obbligati a interfacciarsi con essa. Ma a questo punto, forse, la domanda da porsi non è tanto se giusto o sbagliato, ma “noi faremmo lo stesso?”. In nome della parità dei diritti e dell’eguaglianza sociale, l’abbattimento o la rovina di monumenti, è un passo che siamo disposti a compiere e successivamente giustificare ad accettare?

In un momento storico in cui le destre sovraniste cercano di riprendere il potere, nasce il movimento Blacks Lives Matter, a seguito dell’omicidio per soffocamento, con l’aggravante di crudeltà, di George Floyd e le varie tendenze che si ispirano ad esso in nome del rispetto e uguaglianza, come il movimento studentesco di Milano che ha deciso di imbrattare il monumento per il giornalista Indro Montanelli.

La distruzione di queste figure, tuttavia, non è forse configurabile con l’andamento sempre più evidente della perdita della libertà, della privacy, del nazionalismo e del controllo degli individui come nel romanzo orwelliano 1984 o ancora con il fumetto divenuto film V per Vendetta? È innegabile che si trovino delle assonanze, non vi è la presenza di regimi totalitari nel contemporaneo assetto europeo, eppure vi sono quelle tendenze conservatrici/reazionarie dure a morire come l’Ungheria, la Polonia, o gli stessi Stati Uniti; sono partiti basati sull’individualismo e la separazione, di conseguenza, il razzismo, la xenofobia e la paura del diverso non possono che essere idee destinate ad essere rovesciate.

Mossi dalla ribellione del popolo verso le oppressioni, il movimento BLM ha stilato una lista di 60 monumenti da abbattere; tuttavia la rottura degli schemi conservatori, portato all’estremismo di un gesto così violento rischierebbe di scivolare in un altro sistema controllato e assolutista per cui si giustificherebbe qualsiasi abbattimento di simboli che in questo momento non soddisfano le nostre convinzioni, instaurando una nuova ideologia dominante.

È oltremodo vero che l’abbattimento monumentale è una forma di distruzione simbolica, ma non è abbastanza. Non è sufficiente distruggere, o imbrattare una statua in nome del impulso dato dal contesto; la giusta via forse sarebbe quella scelta da Sadiq Khan, sindaco di Londra esponente del partito laburista, ossia quella di avviare una revisione completa per questo tipo di statue considerate impresentabili.

“La mia opinione è che qualsiasi commerciante di schiavi non dovrebbe avere una statua ma non infrangerei la legge per abbattere le statue, dovrebbe essere fatto attraverso il nostro processo democratico”

Il punto viene centrato dalle parole del ministro Nadhim Zahawi; è vero gran parte delle piazze, dei vicoli, dei giardini sono fatti di stratificazioni, ed è giusto cercare di far sentire la propria voce attraverso le proteste e le rivolte, ma senza praticare l’iconoclastia. Un partito di governo che appoggia di mutilare i monumenti, per quanto nobile possa essere la causa, trasmette un messaggio di impotenza, di una politica ridotta a propaganda. Un’ideologia democratica e progressista si differenzia difatti dal pensiero autoritario e conservatore, esattamente nel non praticare la distruzione delle immagini: possiamo scegliere di cambiare, e non praticare l’oblio.

Lo stato dovrebbe quindi provvedere ad una situazione di tale genere e utilizzare strumenti ben più appropriati e potenti. È come voler cercare di distruggere il male cercando di estirpare la radice di esso, ma in realtà la cattiveria, l’individualismo e la paura dell’altro sono ormai delle costanti che, la storia ci rammenta e che a seconda del contesto culturale contemporaneo riemerge ciclicamente. La chiave quindi non è tanto la distruzione di questi simboli ma lo studio di essi, l’inclusione e il dialogo senza mai abbassare la guardia. Attraverso questi strumenti base della democrazia, è possibile creare un pensiero condiviso che ci aiuti a non celare gli errori di una civiltà passata ma ad imparare da essi per costruire un presente ed un futuro migliore.

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