Ritratti d’autore

La nostra è una cultura ossimorica. Soprattutto se rivolgiamo la nostra attenzione all’ambito massmediale e a quello artistico, appare evidente che spesso il “paradosso”, piuttosto che ridursi a sinonimo di contraddizione logica, diventa un elemento dialettico di comprensione del mondo e delle sue tante e confuse manifestazioni. Raffaele Gavarro, storico dell’arte dalla lunga e consolidata esperienza e docente di Storia e Teoria dei Nuovi Media presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, conosce bene la paradossalità della cultura contemporanea, e con la sua ultima fatica editoriale – L’arte senza l’arte. Mutamenti nella realtà analogicodigitale, edito da Maretti – ha deciso di non sottrarsi all’arduo quanto necessario compito di immergersi nella complessità che ci circonda.

Non è un caso che titolo e sottotitolo attestino subito la presenza di un territorio aporetico, non immediatamente districabile dal linguaggio, ma che proprio per questo risulta assai più seducente e concettualmente attrattivo: si parla di arte senza arte e di realtà analogicodigitale, due ossimori per l’appunto. Perciò chiaramente non un’arte come siamo stati abituati a conoscerla e concepirla nella modernità nonché nella contemporaneità – avanguardie, anche le più radicali, comprese – e allo stesso tempo non possiamo escludere l’esistenza stessa dell’arte. Per quanto l’arte, come dichiarò Theodor W. Adorno in apertura della sua Teoria estetica della fine degli anni Sessanta, non è più affatto cosa ovvia, e Adorno non a caso è uno dei referenti principali del saggio.

Si fa riferimento a una realtà che di certo non è più analogica, ma ciò che sorprende è il rifiuto di definire la nostra cultura esclusivamente come “digitale”. Impossibile e fuorviante creare un nuovo termine o un nuovo concetto: critici e teorici di varie salse ne hanno coniati a decine, spesso anche bizzarri e strampalati. La forza dell’ossimoro analogicodigitale attesta una cultura in transizione, forse in transizione perenne e costante dove la realtà sintetico-numerica non riesce mai del tutto a scarnificare il senso dell’adesione al reale.

Gavarro, lei nel libro sostiene che “L’arte non è morta né in senso hegeliano né attraverso la sua scomparsa nel nulla baudrillardiano, piuttosto è cambiata e sta cambiando, dimostrando significative differenze da quella del passato anche recente”; iniziamo da qui: se l’arte, mi permetterei di dire, esiste per cambiare e trasformarsi, in cosa la trasformazione attuale segna una svolta decisiva rispetto al passato?

Raffaele Gavarro: «Sono diversi i cambiamenti in atto nell’arte e tutti conseguenza, ovviamente, di quelli indotti dal nostro stare, pensare, immaginare, agire, vivere in un ambiente analogicodigitale. Mi limito ai due essenziali. Il primo riguarda quello del linguaggio. Naturalmente il cimento con il linguaggio è continuo nella storia dell’arte ed è quindi inevitabile che oggi esso risulti dalle innovazioni della componente digitale. Quando, ad esempio, parlo di “modalità meme” mi riferisco a questo, non tanto all’adozione del meme come modello comunicativo, ma appunto come riflessione sul suo essere strumento linguistico nel nostro nuovo ambiente. Ma non solo, anche la ricerca di un “fondamento mitologico” è ascrivibile a questa modalità linguistica prima che immaginativa e di contenuto. Il secondo mutamento riguarda la rivendicazione da parte dell’arte di un ruolo nuovo all’interno del nuovo nel quale siamo. La questione dell’estetica, dell’estetizzazione e della possibilità etica come alternativa sono i punti sui quali riflettere. Ma credo ne parleremo più avanti. “L’arte che è politica” ne rappresenta probabilmente la forma più consapevole. Infine diciamo che uno dei problemi ai quali siamo di fronte, e che segnalo nel libro, è il fatto che ad un cambiamento dell’opera d’arte non può non corrispondere un cambiamento dello sguardo dell’osservatore. Direi che su questo siamo un po’ in ritardo, del resto com’è sempre stato nella storia dell’arte».

Innanzitutto la realtà analogicodigitale evidenzia la dimensione “esistenziale” dell’odierno orizzonte tecnologico: la totale e perenne immersività, concessa dalla diffusione massiva di dispositivi mobile, ha reso il digitale non più uno strumento di relazione col mondo, ma un’interfaccia capace di determinare lo stesso mondo emotivo ed esperienziale, senza che questo possa mai totalmente rimuovere la “nostra persistente parte analogica”, “l’essenza invisibile e non oggettivabile di una realtà che oggi è di natura analogicodigitale”. Lei a tal proposito si spinge molto in avanti ed arrivi a parlare persino di “metafisica”!

R.G.: «Dove c’è una fisica c’è sempre una metafisica. Che è poi quello che diceva Bergson a Einstein nel 1922. E questo è vero anche se la fisica della quale parliamo è digitale oltre che analogica. Ma direi che è soprattutto la qualità esistenziale della tecnologia digitale che, nel consentirle una continuità con l’analogico, reclama inevitabilmente di essere pensata in termini metafisici, oltre che fisici. Mi sono trovato a pensare che una delle cause prime del nostro tutto analogicodigitale fosse da ricercare nello spam, nella spazzatura, nelle macerie. Ma è solo un’ipotesi, che vorrei precisare come tutt’altro che nichilista».

Non si sottrae mai all’arduo compito di offrire riferimenti ed esempi dell’attuale scena artistica, e questo probabilmente grazie anche alla tua decennale carriera da curatore e critico. Spesso infatti il rischio di molti autori è quello di esaurire l’argomentazione teoretica tralasciando – spesso perché si disconoscono, nella peggiore delle ipotesi – riferimenti concreti a fenomeni e produzioni artistiche. Tra quelle che vengono trattate e analizzate nel libro, ce n’è una che secondo lei è particolarmente efficace per comprendere l’attuale cultura analogicodigitale?

R.G.: «Ho cercato di riportare a sostegno delle mie riflessioni, esempi di opere e di artisti che, oltre ad aver visto direttamente, fossero noti e facilmente rintracciabili da tutti sul Web, ma anche nei musei. Questo non tanto perché avevo deciso di non pubblicare immagini nel libro, ma per offrire una facilità di verifica sui miei ragionamenti. Tra le opere raccontate nel libro, quella che mi ha impressionato di più è stata UUmwelt di Pierre Huyghe alla Serpentine Gallery di Londra (2018/19). Credo che Huyghe in quella mostra abbia dimostrato una straordinaria consapevolezza delle problematiche e della complessità nella quale siamo, dimostrando la continuità che c’è tra parte analogica e digitale con un linguaggio che si articola e si disarticola nel flusso espositivo».

Di qui quell’allontanamento dell’arte dall’estetica, già preconizzata negli anni Trenta da Walter Benjamin, e la capacità dell’arte di sondare e appropriarsi di nuovi ambiti, primo tra tutti quello politico, e perciò stesso “etico”. D’altronde, molta arte attuale si pone nei termini dell’ “esperienza”, e l’esperienza è qualcosa di propriamente estetico; questo per distinguere estetico ed estetizzazione – termine spesso, a mio avviso erroneamente, assunto in prospettiva regressiva e polemica. Mi aiuterebbe a fare ordine sul dibattito relativo a “estetica”, “estetico” ed “estetizzazione”? E mi farebbe un esempio concreto di “arte politica” dello scenario analogicodigitale?

R.G.: «Non sono sicuro che l’esperienza sia qualcosa di ‘propriamente estetico’, perlomeno se quel ‘propriamente’ ne intende una esclusività. Ma del resto non sono nemmeno sicuro che si possa parlare dell’opera d’arte di oggi nei termini di esperienza, o come minimo non di come ne abbiamo parlato negli ultimi vent’anni circa. Nell’introduzione al mio nuovo libro, Avanti&Indietro, che è una raccolta di sedici conversazioni con altrettanti artisti italiani e internazionali, e che uscirà in primavera, affermo che considerare l’opera attuale come la manifestazione di un processo esperienziale, al quale dare continuità con una fruizione dello stesso tipo, è una modalità che possiamo dare per conclusa, perché oggi è il linguaggio che è divenuto esperienza di verifica e di confronto con il circostante analogicodigitale.
Quindi nasce la domanda se si possa parlare di estetica per il (o del) linguaggio e in quali termini. Forse si, ma bisogna appunto fare più di un distinguo. Ad esempio, non so dire cosa sia oggi estetico, mi pare un’aggettivazione del tutto assorbita dall’estetizzazione del mondo – e non del quotidiano come scriveva Giovanni Brega, perché non è il tempo che si è estetizzato ma appunto le cose che fanno il mondo e che ovviamente si collocano nel fluire temporale. Tu dici che la estetizzazione viene spesso usata in modo negativo. Può darsi, ma io ritengo prima di tutto che sia se la si intenda in modo positivo o al contrario in negativo, l’opinione su di essa non può prescindere dalla consapevolezza che l’estetizzazione è divenuta un carattere del tutto che realizziamo e nel quale siamo. La questione che io pongo è se essa riguardi anche l’arte. Io dico di no. Ma non tanto per un preconcetto teorico o di volontà di separazione dell’arte dal mondo, che sarebbe evidentemente in contraddizione con tutti i miei ragionamenti compreso quello che arriva a “l’arte che è politica”. È più semplicemente una constatazione fenomenologica. Guardo le opere e non trovo nulla che le connetta a quel “gusto” con il quale modelliamo il mondo e scegliamo le cose in esso.
Se c’è un “disagio dell’estetica”, citando Rancière, è proprio nel sottrarre questa disciplina, dopo 270 anni di storia, alla questione del gusto, e quindi alla condizione estetizzante. La mia ipotesi è che ciò sia possibile, per l’arte di oggi, colmando il vuoto di quella perdita, che è più una liberazione da una necessità indotta, con l’etica. Ma ovviamente non nel senso della banalizzazione del kalòs kai agathòs, quanto appunto in quello di un “arte che è politica”. Ne L’arte senza l’arte spiego che questa condizione è data innanzitutto dalla consapevolezza con la quale l’opera d’arte si pone nel mondo, prendendo parte alle sue dinamiche e quindi assumendosi delle responsabilità dalle quali non è esente lo stesso artista, e non intendo solo quelli visivi. Mi chiedi di fare un esempio, e in questo momento non posso non citare Tania Bruguera, impegnata in una battaglia politica a Cuba che l’ha esposta e la espone ad un rischio anche personale.
Nel libro parlo della sua opera nella Turbine Hall della Tate Modern, realizzata tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019. Anche qui i piani che si connettevano nell’opera erano diversi e disposti tra analogico e digitale in inevitabile continuità. Stessa consapevole modalità con la quale sta agendo in questi mesi a Cuba. Se è possibile che l’arte incontri la vita – e in qualche modo lo è – oggi mi pare che avvenga attraverso l’etica. E probabilmente è da questo verso che dobbiamo ripensare l’estetica nell’ambiente analogicodigitale».

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