La senilità come grande rimosso della cultura consumista

Nel corso della storia, la donna, ma in particolare il corpo femminile, è stato ridotto ad oggetto del desiderio in modo reiterato. Il corpo deve rispondere a determinati canoni estetici imposti dalla società in cui viviamo. Ieri era la Venere di Botticelli, oggi Chiara Ferragni. Cos’hanno in comune queste due figure? Sono entrambe belle, attraenti, rispondono perfettamente ai canoni delle rispettive società, ma cosa le rende eterne? La giovinezza.

Un corpo giovane e prestante è migliore di un corpo anziano grinzoso e malandato. Questo pensiero, nella società tardocapitalista di cui facciamo parte, tende a far vivere un eterno presente fatto di una realtà edulcorata, per nulla corrispondente alla realtà vera. Si tende a rifiutare il passaggio degli anni utilizzando la chirurgia estetica in età sempre più precoce, si pensi ad alcune troniste di Uomini&Donne o alla influencer Chiara Nasti, che è ricorsa alla chirurgia estetica per un aumento di seno alla tenera età di 16 anni. In questo modo, implicitamente o esplicitamente si relega l’anziano al di fuori della società dell’immagine, in un luogo che non si vede spesso sui social o alla televisione: l’ospizio.

Una società che rincorre la perfezione, l’immagine del corpo perfetto. Una realtà in cui la l’imperfezione e la bruttezza vengono celati, ma perché?

Questo concetto non è figlio dell’età contemporanea ma ha radici ben più antiche; già nella Bibbia si asseriva il concetto di bellezza fisica del corpo di Cristo, anche dopo le inflizioni subite. Ma ancor prima, nei libri della Genesi, sono presenti dei riferimenti alla fontana della giovinezza. E ancora nei testi sacri, quando viene affrontata la questione della resurrezione del corpo, si afferma che gli uomini e le donne risorgeranno nel fiore degli anni senza incomodi malesseri fisici (di cui sfortunatamente godono appunto gli anziani). È connaturato quindi nel nostro strato culturale europeo cristiano, questo rifiuto della senilità.

E allora per quale ragione nell’odierno immaginario collettivo determinati corpi vengono desessualizzati come quello di un disabile o di una vecchia? Ne L’immagine dell’Altro, Victor Stoichita, osserva in maniera chiara e puntuale la costruzione del diverso, nelle sue varie accezioni. In questa ottica si tende quindi a vedere la vecchiaia come alterità.

Mediante l’archetipo della “vecchia”, le opere d’arte dialogano tra loro in un viaggio alla scoperta del corpo femminile che si esprime nelle pathosformeln; le diverse epoche si sovrappongono come sedimenti di differenti fasi geologiche, pronti a far riemergere improvvisamente dal sottosuolo un’immagine assente da tempo.

Il termine “vecchia” è usato appositamente facendo eco ad alcune opere d’arte di una attualità sconcertante. Si pensi alla Vecchia Ubriaca di Mirone del V secolo; non sappiamo nulla di lei, a partire dal visibile è possibile creare una narrazione frutto del nostro immaginario. Una donna forse alle soglie della povertà che trova il suo conforto in un fiasco di vino. Guardandola attentamente non ci stupirebbe incontrare un’analoga figura nella contemporaneità che spinta dalle più recondite ragioni affonda il suo dolore nell’ebbra bevanda.

Un’altra “vecchia” famosa nella storia dell’arte è quella di Giorgione opera criptica di cui ancora oggi gli storici dell’arte non hanno trovato un opinione comune.  O ancora la serie fotografica MiReLla di Fausto Podavini, vincitrice del prestigioso World Press Photo 2013, in cui viene messa a nudo la storia d’amore di due persone anziane, in cui la donna Mirella combatte con la terribile malattia che affligge il compagno di una vita: l’alzheimer. In questi scatti, la donna, da sola è costretta all’improvviso a dover far fronte alla malattia del compagno, viene rappresentata con una straordinaria forza, a tratti così impetuosa da far commuovere il più gelido dei cuori.

Rappresentazione emblematica è anche quella della Venere di JAGO, di un paio d’anni fa, in cui in una posizione di stampo classico, viene rappresentata una signora anziana che accenna con il corpo il gesto pudico di coprirsi. Il suo volto è come sorpreso, paura di farsi vedere, ma è ancora bella, la morbidezza delle sue carni rappresentate in maniera quasi berniniana (si pensi al Ratto di Proserpina), e la sinuosità delle sue rughe non sono nascoste, sono di fronte a noi non sfuggono al confronto con la realtà e non hanno paura di essa.

Un interessante operazione è stata fatta in queste settimane da Yorgos Lanthimos, in collaborazione con Tena, uno dei leader mondiali nel settore della gestione dell’incontinenza. Con questo filmato il cineasta crea un piccolo capolavoro, manifesto della bellezza e della sessualità della donna in tarda età: non a caso il titolo dello spot pubblicitario si chiama Senza Età. Attraverso le inquadrature, lo sguardo si fa intimo e dice allo spettatore ciò che non si vuole sentir dire: io sono donna, sono vecchia, faccio ancora sesso, e mi sento ancora attraente. “E’ troppo? Non riguarda voi, riguarda me.”

Con questa ultima affermazione che va a chiudere il video del cineasta greco che si rifà all’archetipo della Vecchia e la erge a Venere in un modo analogo a quello dello scultore JAGO, andando a chiudere un cerchio. In una società in cui la bellezza estetica segue dei stereotipi sempre più prorompenti, il regista celebra l’eterna bellezza della donna, in ogni sua più piccola imperfezione.

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