Luccichii folgoranti e giocattoli difettosi

È al Mambo di Bologna che ironia, paradosso e attivismo si incontrano in un mixer esplosivo nelle opere di Mika Rottenberg.

Nell’epoca contemporanea non è ormai più una sorpresa assistere quotidianamente alla consunzione del dato qualitativo della vita a vantaggio dell’elemento quantitativo. Le innumerevoli foto ritoccate inverosimilmente fino all’estremo, per apparire perfette e prive di difetti, postate sui vari social network, da Facebook ad Instagram, non fanno che ricordare senza tregua la perdita del valore generata dal mix fatale tra l’insano desiderio d’impeccabilità, spinto verso un parossismo deformativo, e la convinzione delirante di condurre una vita estremamente privilegiata, la quale non conosce i termini carenza, mancanza ed assenza. L’avvento e la coronazione del capitalismo ha permesso la concretizzazione del nuovo conturbante stile di vita della nuova classe borghese abbagliata dal luccichio dei prodotti del consumismo. L’attenzione alla forma e al dettaglio hanno preso il sopravvento distraendo l’abitante del nuovo mondo dalla visione generale; e nell’aberrazione ottica è anche il corpo a deformarsi, a perdere la sua umanità e il suo valore divenendo oggetto meccanico che consegue gesti ripetitivi e e privi di significato. È questo lo scenario che si apre nelle sale del Mambo di Bologna con la personale dell’artista brasiliana Mika Rottenberg.

La mostra si apre con Untitled Ceiling Projection, la quale pone il fruitore in una condizione di sottomissione rispetto alle figure che sopra alla sua testa sono concentrate nel rompere lampadine multicolore, frantumandone esasperatamente i vetri prodotti. Il buio della prima sala lascia lo spazio alla luminosità di quella successiva; entrando nella sala delle Ciminiere è già intuibile come operi l’assurdità della contemporaneità: un vuoto estatico si presenta bonariamente al fruitore, che disorientato si trova a dover prestare attenzione ai rumori e al luccichio intermittente proveniente dalle forme perturbanti innestate nelle pareti dell’edificio. La premessa dello spazio sgombro diviene indicativa della perdita di significato apportata dalle frivolezze del consumismo e in questa veduta si insidiano le installazioni site-specific di Rottenberg, che prendono vita proprio come organismi viventi sorprendendo il visitatore. Tra queste Smoky Lips (Study#4) del 2018-19 è sicuramente l’operazione più ammaliante: due labbra in silicone si schiudono facendo intravedere al loro interno, dietro alla coltre di vapore generata dalle esalazioni espirate dalla cavità facciale, la visione surreale di un paesaggio urbano messicano nel quale alcuni personaggi assumono comportamenti bizzarri di fronte all’immagine di un hotel. Conturbante è anche Ponytail (Orange) che attraverso il movimento rapido e scattante di lunghi capelli legati in una coda di cavallo rende evidente la presenza negata della donna nella società contemporanea, il suo ruolo ridimensionato e confinato tra le mura della casa di cui è nume tutelare o tra quelle dell’ufficio dove è sacrificata dal sistema patriarcale. Lo scuotimento convulso dei capelli, imprigionati nel muro rappresenta il desiderio di libertà, di fuggire dalla segregazione velata perpetrata dagli uomini. Profondamente femminista l’opera di Mika Rottenberg non manca mai di sottolineare la follia in cui versa la figura femminile all’interno dello stato sociale.

Anche Finger è un’opera esplicitamente femminista: un dito ruotante su stesso con la sua unghia aguzza, smaltata e un po’ kitsch, fuoriesce dal biancore del muro girando lentamente a intervalli; forma ambigua, in parte impone il suo comando, indicando, e in parte è vulnerabile preda degli agenti intorno a lei; dominio e sottomissione giocano sullo stesso campo una partita provocante. Estremamente immaginifico e paradossale Sneeze video del 2012 trasforma una circostanza comune, come quella degli starnuti, in evento spettacolare: dai nasi di uomini vestiti in giacca e cravatta fuoriescono non germi, ma una moltitudine di conigli e bistecche che si moltiplicano esponenzialmente a ogni starnuto ricordando la serie di Fibonacci. Qui la dinamica della produzione, rappresentata con un ironico stratagemma, implode in se stessa e nelle sue comiche conseguenze. Tra i lavori video dell’artista merita un posto d’onore Cosmic Generator (2017) non solo per la sua attualità, ma anche per la sua bellezza singolare. Attraversando un muro di variopinti festoni brillanti, allegoria dell’apparenza e dell’effimero, si accede nell’oscurità di una sala in cui è proiettato il video che mostra la quotidianità delle commesse tra Cina e Messico. All’interno di un negozio di amenità cinesi, strabordante di peluche e oggetti stravaganti due commesse sprofondano in sonno soporifero, circondate da un horror vacui imperante. Un tunnel sotterraneo collega la realtà cinese a quella liminare che intercorre al confine tra il Messico e la California (zona che prende il nome di Calexico); qui una venditrice ambulante è intenta a mostrare le meraviglie nascoste nei suoi piatti ai passanti incuriositi. Un altro passaggio congiunge il banchetto ambulante agli spazi vuoti e fittizi del Dragon Restaurant, ristorante cinese nella zona di Calexico; i ravioli cinesi nei panni di impiegati d’ufficio sfrigolano nel locale pronto per l’ora di pranzo, eppure l’assenza di clienti ricodifica la fruizione del ristorante che abita il limbo statico dell’inattività. Il tema della produzione e dei suoi effetti viene trattato anche da NoNoseKnows (2015) in cui ancora una volta le donne, vere protagoniste delle video-installazioni dell’artista, sono vittime degli effetti di una sovrapproduzione ininterrotta.

Il sovraccarico della produzione va a medicare il sentimento dell’horror vacui dilagante nelle nazioni affette dal vuoto, ma tale fenomeno scatena la sua antitesi, avviando il processo opposto dell’horror pleni, che vede nella sovrabbondanza il pericolo. Non stupisce quindi come i prodotti cinesi riescano a ricoprire in tempi brevissimi una distanza abissale, arrivando negli USA per essere smerciati, mentre l’attesa per attraversare la dogana al confine tra il Messico e gli Stati Uniti diviene infinitamente più lunga nel gioco dei paradossi. Il figlio del Capitalismo, il consumismo permette l’assottigliamento di alcune distanze e l’accrescimento di altre e nelle nuove linee di confine si muovono le pedine del gioco, i lavoratori, che stanchi divengono succubi del sistema, e in particolare sono le donne a risentire di più la forza del campo magnetico dei nuovi limiti. Mika Rottenberg mostra le dinamiche, le clausole e le ambiguità di una realtà profondamente deformata dall’assunzione del sistema capitalistico come caposaldo della costruzione della “Nazione” e denuncia il razzismo e le discriminazioni che questo sistema comporta, realizzando visioni uniche, ironiche e totalmente perturbanti che con il loro scintillio attraggono irresistibilmente il fruitore, conducendolo verso la verità dietro alla meraviglia. L’arte di Rottenberg mette in evidenza la necessità di oltrepassare i muri per acquisire la vera conoscenza; un antico proverbio cinese dice: “Purtroppo sono più numerosi gli uomini che costruiscono muri di quelli che costruiscono ponti”, nonostante ciò Mika accende un farò di speranza verso il quale bisognerebbe orientarsi.

La mostra continua:
MaMbo di Bologna
Via Don Giovanni Minzoni, 14 – Bologna
dal 31 gennaio al 19 maggio 2019
da martedì a domenica, dalle 10:00 alle 18:30; giovedì dalle 10:00 alle 22:00

Mika Rottenberg
a cura di Lorenzo Balbi

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