Una mostra per sentire l’arte

Fino a novembre, a Siena, l’esposizione a cura di Luca Quattrocchi, indaga luci e ombre del sodalizio tra arte e nuovi media.

Straniante. Non sappiamo se questo sia l’aggettivo più calzante. Per adesso ci accontenteremo. In questi giorni di declino estivo passare tra le stanze di Palazzo Squarcialupi mette nei panni dell’evaso che contempli la cella. Tutto il piano è un flusso sonoro intervallato da zone di quiete. Musica per gli occhi abita queste sale da agosto puntando i riflettori sul consolidato rapporto tra arti visive e sonore, ormai parti integranti dell’esistenza di ognuno di noi.

Farfalla sociale – preda di correnti più o meno occulte – l’individuo contemporaneo ha l’indole del bambino corrotto: gli è preclusa l’autentica nozione della morte, che si consuma nell’asetticità degli ospedali; mentre gli s’impone il mito della giovinezza eterna, bombardandolo di stimoli obliqui, che ne plasmano comportamenti e opinioni, in modo tale che le menti divengono implacabilmente “più portate a pensare secondo immagini che secondo logica” (dalla mostra). Ma se la valanga dei media contribuisce ad anestetizzare la società odierna, è il suo connubio con gli artisti a restituire al fruitore un senso analitico; a renderlo al suo ruolo di osservatore.

Sotto un certo punto di vista, alcune installazioni video si pongono come immagine contro l’immagine, ovvero immagine contro un determinato utilizzo di se stessa. È il caso di AES+F che, nel loro Who wants to live forever…, spettacolarizzano una defunta, ma ancora intrigante Lady Diana, incarnata da una sosia cui nulla manca – né l’abito elegante, né le piaghe dell’incidente. E mentre la Spencer si profonde in pose da copertina su di un sedile smembrato, si acuisce la percezione della morbosità contemporanea, quell’istinto di bambino che vuol conoscere l’ignoto – che teme – sbirciandolo di tra le dita, o protetto da un bollino verde.

A sottolineare il valore narcotizzante dei media, Adel Abidin monta su tre canali Three love songs: armate di chioma bionda e rassicurante romanticismo, tre interpreti di diversi stili musicali (lounge, jazz, pop) codificano nell’estetica delle rispettive canzoni il testo propagandistico di Saddam Hussein. E la giovane ammiccante che annuncia con sensualità l’intento del regime di cancellare l’America (intesa come Stati Uniti) dalle carte geografiche è qualcosa che non si dimentica con facilità.

A circa tre quinti del percorso, il visitatore approda alla sala dedicata specificamente ai clip musicali, divampati sugli schermi a partire dagli anni Ottanta, e che tuttora riempiono i palinsesti di alcuni canali televisivi. E qui, chi volesse, non ha che da armarsi di pazienza, impossessarsi di un paio di cuffie e spostarsi da seduta a seduta, di schermo in schermo, tra Madonna, U2 e David Bowie, fino agli interpreti del pop italiano. Si susseguono cantanti e gruppi che hanno incrociato almeno una volta i microfoni con gli scatti di un fotografo o la cinepresa di un regista, a partire da John Landis, il primo della rassegna con Thriller, del 1983, frutto del sodalizio con Michael Jackson. A seguire, Polanski e Luc Bresson, poi Tim Burton e Sean Penn. I bovini straziati di Damien Hirst e la materia sanguigna di Andres Serrano firmano, rispettivamente, See the Light (The Hours) e Crush my Soul (Godflesh), là dove è l’artista figurativo a cimentarsi nel nuovo mezzo d’espressione. Immancabile, naturalmente, Andy Warhol. Ed è in questa sezione che il fruitore della mostra rischia di smarrirsi, soprattutto per la scelta di posizionarla a metà percorso – la qual cosa se, da un lato, gli concede un momento di stacco dalla complessità della videoarte in sé, dall’altro rischia di spostare eccessivamente la sua attenzione a causa della quantità di materiale presente. Senza nulla togliere alla qualità e all’interesse che desta, forse una soluzione più diluita tra le sale scongiurerebbe il pericolo d’intorpidire lo stimolo analitico innescato dalle opere precedenti.

Emersi dal maelstrom musicale della sala, ci si immerge nuovamente nell’arte visiva che rivolge i propri coltelli contro se stessa. Ange Leccia (Toi et moi amoureux) parla del vuoto della separazione e lo fa servendosi di un loop videosonoro: su di uno sfondo di ciminiera e fumo, mentre l’occhio si perde su volute che si ripetono, l’interprete canta più e più volte la prima strofa di Chanson Populaire, interrompendosi costantemente sul ciglio del ritornello. E se l’effetto è drammaticamente ipnotico, è un senso di disillusione che suscita l’ultima opera della mostra: Rodospka Beyonce, di Gery Georgieva, con l’artista in vesti tradizionali che replica sullo scenario innevato la coreografia di I’m a Single Lady – senza musica, espedienti scenografici od orpelli sonori. La donna, il sibilo alpino e il respiro via via più affannoso, spogliano la performance dell’attrattiva glamour, riportandola su un piano familiare, folklorico – tenero, a suo modo.

Da vedere. Da sentire.

In fotografia: Adel Abidin, Three Love Songs, (2010, Videostill). Courtesy: Adel Abidin

La mostra continua:
Santa Maria della Scala
piazza del Duomo, 1 – Siena
fino a domenica 4 novembre
orari: fino a lunedì 15 ottobre, tutti i giorni dalle ore 10.00 alle 19.00
da martedì 16 ottobre: lunedì, mercoledì e giovedì dalle ore 10.00 alle 17.00;
venerdì, sabato e domenica dalle ore 10.00 alle 19.00

Musica Per Gli Occhi / Music For The Eyes
Interferenze Tra Video Arte, Musica Pop, Videoclip / Crossovers Between Video Art, Pop Music, Music Videos
a cura di Luca Quattrocchi

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