NUTI.SCARPA

L’irradiazione traslucida delle perle etiche

Dal 25 febbraio al 30 aprile 2021 la galleria Alessandra Bonomo di Roma si riveste di colori lucenti e madreperla presentando la sua nuova mostra NUTI.SCARPA, un’irradiazione abbagliante di poesia, vita e sentimento.

La verità più impellente che l’orologio socio-biologico della vita umana si trova oggi a dover ricalibrare è senza dubbio la sua relazione con l’ambiente, che con il tempo si è deformata a tal punto da anestetizzarsi. In quest’ora critica si ridesta un rinnovato interesse per le sorti del mondo, così come viene restaurato il rispetto per una natura fragile e primigenia ancora in grado di salvare l’umanità dai suoi demoni.

In prima linea nella corsa alla sfida generazionale del nuovo secolo le artiste Lulù Nuti (’88) e Delfina Scarpa (’93) nella loro doppia personale NUTI.SCARPA, a cura di Teodora di Robilant ospitata presso gli spazi della galleria Alessandra Bonomo, delineando la silhouette organica di entità emerse e di paesaggi raggelati nel torpore estatico di un sogno riscoprono il potere taumaturgico di una natura antica e indomita, capace di rimarginare quelle ferite inflitte dall’incuranza dell’artificialità.
Perfettamente in sintonia le due ricerche artistiche pur essendo totalmente indipendenti si intrecciano in un unico battito vitale, occupando lo spazio con una complicità  disinvolta. L’organicità materica delle sculture di Nuti si interseca sottilmente alle atmosfere rarefatte dei boschi di Scarpa, inscenando nella continuità delle forme un delicato gioco di rimandi discreti, che seppure nel loro divertito silenzio incantano l’attenzione. A riprova del riuscito allestimento nel cuore dello spazio confluisce il climax dell’emozione, nello stesso punto dove si erge la poetica installazione site-specific di Nuti, Mari. Sventolano immobili le bandiere contraddicendo le leggi della fisica e la gravità, nonostante la pesantezza della loro natura ibrida di materiali eterogenei, sembrano librarsi in volo fluttuando rilucenti nelle profondità marine.

L’insita ambivalenza corporea fa sì che l’ibridazione dia luogo a uno straordinario cortocircuito semantico nel quale si manifesta evidente come un raggio di luce una forte volontà etica verso un sentimento di responsabilità per quelli che sono gli scarti di un quotidiano fatto di lavoro artigianale e sacrificio. Il rifiuto si lega alla vita organica dell’argilla e rinasce a nuova vita continuando a stupire il mondo, proiettato nel ciclo della vita tra morte e rinascita. In tal modo la continuità della ricerca artistica si rende indiscutibile riaccendendo quell’interesse per le origini della creazione. Idealmente si ricongiunge la materia, all’interno della mente dell’osservatore, che ne riscopre le radici nelle forme imperfette delle conchiglie della serie Calcare il Mondo. Come evidenziato dal titolo l’azione non solo diventa attiva, producendo energia e materiale di scarto, ma si presenta nel suo candido tentativo di riscoprire il mondo. Proprio da ciò scaturisce una nuova e più sottile incongruenza semantica: la realtà della concretezza dell’atto scultoreo di scavo della materia si sovrappone e contrappone allo stesso tempo al desiderio aleatorio del calco, un impronta scaturita dall’azione di un semplice processo meccanico. Tale scarto genera la poesia del gesto che si carica di significato e ancora di responsabilità per un’azione che va a incidere sull’ambiente, divenendo segno tangibile del proprio passaggio.

A testimoniare la necessità di un intervento attivo sul pianeta sono anche gli stessi gioielli indossati dall’artista durante l’inaugurazione. La spilla semplice nelle sue linee primarie eppure vibrante nel dinamismo dell’imperfezione organica sfarfalla in quello che è un movimento cauto, quasi un primo tentativo di affacciarsi al mondo come quello dei bambini quando compiono i loro primi passi. La linea orizzontale racchiusa tra due parentesi è metafora letterale di un microcosmo in azione, una linea dell’orizzonte che invita a oltrepassare il confine facendo attenzione alle modalità del proprio comportamento.

La stessa attenzione per il paesaggio si presenta in maniera più trasognata nelle tele di Scarpa dove trasparenze e fosforescenze si compenetrano dando luogo a delicate emanazioni fantastiche di territori onirici. Nella vegetazione astratta si perde l’orientamento accusando un leggero stordimento e un inspiegabile senso di perturbazione ma non di estraniamento, perché la distanza indotta dall’opacità, dalla trasparenza e dall’uso di colori acidi agisce sul fruitore in modo consapevole un’azione contraria a quella inscenata, quasi come un magnete. L’attrazione esercitata dai questi dipinti è inevitabile. Le immagini rimangono impresse sulla retina dell’occhio come fossero dei fosfeni, aprendo le porte su una realtà altra contingente eppure evanescente ed eterea. In fin dei conti l’acidità delle tinte è un chiaro riferimento all’effetto dell’utilizzo di funghi e altre sostanze allucinogene in grado di alterare la percezione e la coscienza, precipitando il loro consumatore in una dimensione altra, dove tutto è possibile.

Il senso di evasione fuoriesce vivido dai territori di confine della terra, in quel limbo tra veglia e sonno dove sfumature diverse di rosa lambiscono quelle del bianco e il blu invade il verde che a sua volta si dissolve nei vapori del lilla in opere come Sermoneta e Motore Remoto. Il contatto induce in uno stato di contemplazione, talmente tangibile da proiettare in uno stato di alterazione della percezione, e intorno a sé prende vita un atmosfera fatta di aria e visioni spettrali di rami e radici sfalsate che si effondono nello spazio avvolgendolo nella sua totalità. Seppure il movimento dello sfarfallamento illusorio agita la composizione in un stato di dinamismo evidente, non si disperde l’apparente staticità delle entità che permea i quadri di una mistica immobilità vitale. Inoltre la fatalità estatica dei colori fosforescenti richiama inevitabilmente le bioluminescenze marine, la lieve luce radiografica che in taluni casi può trovarsi a illuminare le oscurità insondabili degli abissi, ancora una volta ricollegandosi alle suggestioni evocate da Nuti.

Le nature di Scarpa aprono lo spazio verso l’attraversamento di nuovi orizzonti, verso una diversa visione del mondo che si nasconde dentro l’ordinarietà dello sguardo creando ambienti di sofisticata suggestione, nei quali respirare l’abbraccio di una nuova madre natura moderna iniettata di luce artificiale che silente si manifesta nella sua inquietudine favolistica. La bellezza suscita dai paesaggi non è quella della favola ma è qualcosa di più sotterraneo, di quei momenti bui dove la fiaba si scontra con la crudeltà della realtà con le sue incongruenze e i suoi paradossi. I contrasti vividi del colore che affiora come una dardo di fuoco contribuiscono a incarnare questa tendenza distopica, di trovarsi faccia a faccia con una natura altra, di difficile interpretazione e codificazione che permuta la spazio nella sua evidenza vitalistica. Complementari, i lavori di Nuti e Scarpa ricostruiscono le meraviglie e gli incubi di un ambiente fluido, al confine con la vita umana, suscitando una potente emozione estetica che assale la mente come un asserzione. Un onda che non travolge ma invade il corpo gradualmente esponendolo a quei frammenti di verità nei recessi di profondità irraggiungibili che brillando colpiscono le convinzioni e le credenze nello sguardo di chi le intercetta. Il mutamento è inevitabile, ma la sua incontrovertibilità non fa paura, perché è la metamorfosi a portare nuova luce.

Photos ©courtesy of Giogia Basile ©credits Simon Dexea 

La mostra continua:
NUTI.SCARPA
a cura di Teodora di Robilant

Galleria Alessandra Bonomo
Via del Gesù, 62 – Roma
Dal 25 febbraio al 30 aprile 2021
A partire dal 15 marzo, la Galleria è temporaneamente chiusa, in conformità alle nuove disposizioni del governo. La Galleria può essere contattata tramite email: MAIL@BONOMOGALLERY.COM

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Published by Erika Cammerata