<=/SPAC3

L’APPARIZIONE DEL RIVERBERO INTANGIBILE

Prorogata fino al 15 gennaio, la mostra <=/SPAC3 ospitata da Spazio in Situ riporta alla luce l’evanescenza antica dell’intangibile ibridato alla digitalizzazione, innescando le scintille di un cortocircuito comprensivo.

Nella concretezza quotidiana, tra l’eccitazione di una vita frenetica e l’iperesposizione a quei prodotti della realtà contingente, è quasi impossibile accorgersi dell’azione creatrice e salvifica esercitata da uno dei grandi fenomeni protagonisti del contemporaneo. L’”Immateriale” agisce finemente e in profondità come la punta adamantina di un ago, innervando il tessuto del reale di quel germe di potenzialità che ne permette le infinite possibilità nello scarto materico.

A scostare l’abito dell’invisibilità da ciò che è effimero è oggi la mostra <=/SPAC3 sorta nel nonluogo di Spazio in Situ e curata da Porter Ducrist. Qui si sfiorano le opere di artisti visionari Sveva Angeletti, Alessandra Cecchini, Christophe Constantin, Francesca Cornacchini, Marco de Rosa, Federica di Pietrantonio, Chiara Fantaccione, Roberta Folliero, Andrea Frosolini e Guendalina Urbani mettendo a nudo i fili che vivificano la contemporaneità. L’evidenza della dimensione trascendente, evocata dai gesti di un’immateriale bramoso di ribalta, si manifesta pienamente in quella che è la messa in atto di una digitalizzazione totalizzante, la stessa che corrode ogni oggetto, ogni immagine e antefatto in quella che è la versione aleatoria del sé. L’entrata in campo del digitale in tal senso sortisce un duplice effetto: da una parte concepisce una nuova materia, slegata dagli obblighi del vivente e dall’altra smaterializza tutto ciò che travolge. Si può parlare quindi di accumulo, ma non nel senso tradizionale del termine, poiché la stratificazione agisce contrariamente alla sua natura per sottrazione, scavando il tessuto materico e svuotandolo della sua corazza in modo da far intravedere l’esistenza di qualcosa osservabile solo attraverso intuizione e percezione.

La presenza di tale entità seppure intangibile è viva in opere come Un po’ d’aria fresca di Roberta Folliero, che nel tempo del loop manifesta l’apparizione attraverso lo sventolare di una tenda imprigionata nel muro, o nel segnale di allarme Sirena di Marco de Rosa che annuncia l’ingresso dell’ospite ogni qual volta si accede/viola allo/lo spazio aprendo la porta, così come nella forza attrattiva degli occhi digitali di Everytime I look at you I fall in love di Chiara Fantaccione che si riscoprono stalker rincorrendo ubriachi d’amore il fortuito passante; ma ancora è si rintraccia nel monito angolare I’m poor drawings and bad decisions di Federica di Pietrantonio che trasla il tessuto ibrido della gif in quello prospettico/illusionistico del reale plasmando duplicemente l’effimerità dell’oggetto concreto, mentre al contrario Francesca Cornacchini con Ruins of me traslittera la scritta parietale “Take I’m yours” nell’immaginifica degenerazione fluida della realtà aumentata. Trasparenza e aleatorietà continuano a essere velate, protette nel tempio aureo della loro transitorietà, ma è chiaro come agli artisti non sfugga l’incanto di quel mondo inaccessibile, e come difatti le loro opere si offrano come epifanie rifrangenti l’apparizione del riverbero che ne dichiara l’esistenza con più evidenza di un atto profanatorio concreto.

Ciò che traspare dalla riflessione sulla traduzione nella materia digitale è il fatto che la percezione della decodificazione è falsata, il mutamento difatti non è stato indolore come lascerebbe intendere la fluidità e l’immediatezza del mezzo. Bene si nota questa condizione nello stato di interruzione dell’opera Non-Finito di Christophe Constantin. Lasciata a terra, in stato di work in progress, l’operazione emana una luce potenziale che sembra intenzionata a far cadere chi si avvicina nell’abisso di una dimensione fantastica dominata dalla sola forza immaginativa. Nei confini materici si configura l’aleatorio sotto forma di irradiazione che prende il sopravvento sulla razionalità dell’evidenza materica. Il rapporto tra contenitore/contenuto viene riproposto similmente nella videoproiezione Contenere il cielo#3 di Alessandra Cecchini, che già dal titolo esplicita il suo intento. Sfrecciando sulle pareti gli uccelli, privi di cognizione di causa, si imbattono nel confine spaziale che li obbliga a tornare indietro, e a riprendere la rincorsa ripentendosi raggelati in un loop atemporale. Ancora più nitido è il conflitto che scaturisce dall’opera di Guendalina Urbani dove bicchiere muovendosi orizzontalmente, come uno scanner, contrasta la forza di gravità e torna indietro seguendo anche lui l’andamento circolare di un loop perpetuo. La prigionia che gli automatismi infliggono all’oggetto è solo illusoria. La ripetizione non ha più carattere negativo in quanto opera non in senso intransitivo ma piuttosto in termini attivi, attivando l’azione smaterializzante che libera l’oggetto dalla sua prigione di carne. Più il movimento si ripete più progressivamente il dato materico scompare trasmutandosi in elemento di pura energia. Non c’è trucco né inganno, è solo poesia. Sono suggestioni di un luogo di transizione tra ciò che percettibile e ciò che è intuibile. Ciò che si viene a generare sotto gli occhi dell’osservatore è la sublime mutazione in nonluogo dello spazio.

Chiunque acceda a tale spazio naufraga in un ambiente etereo dai contorni sfumati, nel quale ogni oggetto si sfiora intessendo unicamente una connessione labile in un luogo senza memoria né storia, che fluttua inesorabilmente nell’eternità di un presente affamato. In un contesto simile la linearità è bandita. Come una deflaglazione silenziosa il percorso espositivo chiede di non essere letto da un punto spaziale preciso, ma piuttosto di essere esperito a piacere, inseguendo la curiosità di una scoperta totalmente personale. In tal senso si perde la nozione di centralità e si scopre che l’esplosione divampa in molteplici fuochi. La discontinuità ricercata dall’allestimento acuisce la virtualizzazione dell’ambiente, così come il suo dato mimetico che la sovrappone alla ricerca digitale, alla navigazione rizomatica, dove a ogni snodo corrisponde l’apertura di un nuovo universo. La multi-direzionalità del percorso e la sua non linearità come effetto primario amplificano il senso di illeggibilità, e quindi di mancata comprensione dei contenuti, ma in realtà anche tale conseguenza è solo fittizzia, poiché se si riescono a connettere i punti la confusione si ordina in una lettura inaspettatamente onnicomprensiva. Questo è il caso dell’opera Kinda sinking <but still wet> di Andrea Frosolini, che a primo impatto appare come muro, letteralemente, ai cui piedi fuoriesce una perdita di acqua. L’incomprensione è già in agguato nella stessa visione dell’installazione che traduce la concretezza della maiolica nella fluidità della gomma agli occhi in una sottile illusione percettiva in grado di accrescere un sentimento di disorientamento. L’innescamento dell’evento è ambiguamente avviato dall’attivazione di un tasto che ricorda lo scarico dei bagni. Incomprensione e ambiguità giocano sullo stesso piano, realizzando un divertito slittamento di senso che liquefa la durezza della materia in una pozza d’acqua. La metafora visiva riconduce alla potenza trasformativa della materia e dell’energia che la vivifica. Ancora una volta il rito del cambiamento, così significativo nella sua natura biologica, ricorre nell’ambito del processo tecnologico assimilando all’elemento animale, e adempie alla sua promessa rinascita.

La connessione con gli stati di trasformazione della materia è altamente suggestiva all’interno di uno spazio rigenerato nel battesimo digitale. Ad accompagnare l’intorpidimento è senza dubbio l’audio installazione Trecentosessanta metri cubi circa di Sveva Angeletti che con parole soavi e leggere racconta la silhouette dello spazio espositivo sublimandolo in una visione metatestuale di altissima tensione onirica. Il territorio assorbe, ferisce e muta similmente agli stadi del sonno, dove il sogno sfocia nell’incubo e riconverge nel miraggio fino a perdersi nell’oblio. Lo spazio è stato sublimato interamente nel suono. La sublimazione si presenta come l’ambita azione ultima che completa il cerchio, soddisfacendo la volontà di avvicinarsi alla trascendenza dell’immateriale. Il corpo oggettuale si fa trasparente, perdendo progressivamente la pesantezza della sua trama materica. La smaterializzazione totale dell’opera di Angeletti cinge non solo l’ambiente che si apre all’attraversamento fruibile, ma agisce anche sulle altre opere in maniera più o meno evidente. <=/SPAC3 si impone con spietato fascino nella scena artistica romana nella freschezza di respiro delle ricerche, delle idee e delle visioni che porta alla luce, generando una nuova spinta verso la scoperta della dimensione immateriale, già in tempi non sospetti ricercata dagli artisti del Novecento, e che oggi in merito al suo legame con il dato digitale acquisisce non solo una serie di significati più fluidi e stratificati convergenti in derive inattese, ma anche e indubbiamente un’importanza prioritaria e ancora più rilevante all’interno delle contraddizioni della contemporaneità. La potenza dell’intenzione artistica di <=/SPAC3 si realizza proprio nella riscoperta dell’azione di un’entità per secoli incompresa e mal interpretata, nella rilettura critica delle sue ambasciatrici, e infine a nell’attribuzione di senso a un mondo in rotta di collisione con la materia.

La mostra continua:
<=/SPAC3
a cura di Porter Ducrist

Spazio in Situ
Via San Biagio Platani, 7 – Roma
dal 24 ottobre al 15 gennaio 2020

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Published by Erika Cammerata