“L’indeterminatezza è il mio forte”

In scena al Chiostro del Bramante, la mostra dedicata al grande e rivoluzionario pittore inglese caratterizzerà la proposta artistico-culturale della capitale per questa estate 2018.

La storia dell’arte, soprattutto alla luce della svolta epocale avvenuta con le avanguardie novecentesche nei primi del XX secolo, sarebbe incomprensibile senza concentrarsi sulla funzione cardine che alcuni artisti hanno assunto nel passaggio da quella che in termini accademici viene riconosciuta come “arte moderna” all’ “arte contemporanea”; tale passaggio compete il mutamento di paradigma avvenuto da una concezione di rappresentazione artistica nei termini di corrispondenza al reale (la finestra di albertiana memoria, ovvero l’idea che l’immagine artistica debba tendere alla rappresentazione naturalista del mondo esterno) a una concezione dove l’immagine artistica si è emancipata rispetto al vincolo del verismo, per proiettarsi verso una dimensione più astratta dove sono gli elementi formali ad acquisire una valenza assoluta. Alle origini della pittura contemporanea, come è noto, c’è quello che è ritenuto essere il padre della nuova pittura, Paul Cézanne, ma come sapeva il critico americano Greenberg anche Manet, per non parlare del ruolo essenziale ricoperto in questo processo da Monet e l’Impressionismo. Tuttavia, tutti questi episodi essenziali alle origini della contemporaneità sarebbero comunque limitati se non rivolgessimo lo sguardo ancora prima, ovvero all’artista che già nel passaggio da XVII al XIX secolo aveva annunciato nei suoi paesaggi la rivoluzione della contemporaneità; si tratta del pittore inglese William Turner, protagonista di una articolata e ricca mostra  in scena al Chiostro del Bramante fino al 26 agosto, e che raccoglie una serie esaustiva di capolavori del pittore conservati presso la Tate di Londra.

Joseph Mallord William Turner Shields Lighthouse 1823. Tate

Il percorso cronologico mette in evidenza come Turner raggiunga progressivamente la sua rivoluzionaria concezione: sempre legato al genere paesaggistico, innamorato dei viaggi e della scoperta, Turner impresse alla pittura en plein air un significato innovativo legato all’idea di voler rappresentare non già gli oggetti o le figure, quanto (in pieno spirito romantico) le atmosfere. Queste ultime emergono nelle sue tele attraverso un trattamento maniacale della luce, dal momento che i colori emergono dalla luce e non viceversa, e dove l’acquerello si manifesta come tecnica privilegiata. Se Turner fa sua la lezione di grandi maestri della classicità come Tintoretto e soprattutto Leonardo Da Vinci (lo studio sull’ottica dedicato alla rappresentazione della natura e della profondità che gradualmente disperde la sua visibilità) e acquisisce le teorie di Goethe, è per rilanciare radicalmente l’idea del superamento del criterio di riconoscibilità e visibilità del quadro: i piani si confondono, tutto diviene un amalgama di cromatismi, vortici che esprimono al meglio la furia della natura e l’incandescenza della luce solare. Il quadro, probabilmente per la prima volta nella storia dell’arte, rivendica una sua autonomia proprio nella fase più prestigiosa della pittura da cavalletto: immagini astratte senza esserlo, proprio perché l’occhio del pittore riesce a cogliere ciò che non è immediatamente visibile allo sguardo classico. Le impressioni turneriane, antenate di quelle kandinskijane, vogliono essere fruite non già secondo il tradizionale rapporto soggetto-oggetto instaurato dall’immagine, ma vogliono essere partecipate, perché in esse ci immergiamo: in questo il debito che artisti contemporanei come Rothko, Turrell e Eliasson hanno sempre dichiarato per Turner. Le opere in mostra imbarazzano ed esaltano per la loro sfrenata modernità, perché cogliere l’immensità della natura è il primo passo verso la sua riduzione a pura forma.

La mostra continua:
Chiostro del Bramante
Dal 22 marzo al 26 agosto
Via della Pace, Roma
lun – ven 10.00:20.00
sab – dom 10.00:21.00
(la biglietteria chiude un’ora prima)

Turner. Opere dalla Tate
A cura di David Blayney Brown

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