Ritratti d’autore

Se si guarda con sguardo lucido e severo l’ambiente digitale del web, e perciò la produzione di immagini, testi, materiali multimediali disseminati nell’orizzonte massmediale della rete, non si può non provare un certo scoramento rispetto alle ambizioni progressiste che avevano salutato l’avvento e la diffusione della nuova tecnologia a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila.

I social network come interfaccia di una rinnovata “socialità” in grado di ridefinire (e di stravolgere) i criteri alla base delle relazioni interpersonali, hanno seriamente messo in discussione le speranze di chi vedeva nel web una nuova occasione di emancipazione collettiva, di democratizzazione del sapere e della cultura, di reale interazione tra soggetti e istituzioni eccetera. D’altronde…Ok boomer! Sarebbe giusto rispondere a un vecchio parruccone di ascendenza “francofortese” che condanna il web in quanto spazio del rancore e dell’inconcludente schizofrenia visuale, ambiente dove si accumulano produzioni multimediali assolutamente senza senso, puerili, ipnotiche nella loro balorda goliardia, capaci persino di anestetizzare il pensiero. Ok boomer!

Se si avesse voglia di dedicare davvero attenzione ai fenomeni dilaganti nel web e sui social come i “meme” con uno sguardo critico, si riuscirebbero a comprendere molte cose: da un lato, la continuità “blasfema” tra la tradizione moderno-contemporanea dell’arte (per sua essenza eretica e dissacrante) e l’orizzonte estetico dell’attuale web culture, dall’altro l’impulso creativo e originale che molte produzioni sul web possono rivendicare al punto di rimettere in questione – forse per l’ennesima volta, ma in questa occasione forse in maniera definitiva – le specificità dell’ “arte”. Forse è la dimensione memetica che finalmente concretizza l’ambizione delle avanguardie di abbattere i confini tra opera e mondo, tra artista e pubblico, dal momento che gli avanguardisti mentre professavano tale abbattimento un po’ continuavano a godere della loro posizione dominante! Oggi tutto è saltato grazie al web, e ci troviamo in quello che la storica dell’arte Valentina Tanni ha definito “settembre eterno dell’arte”; ci riferiamo all’ultimo volume di Tanni pubblicato per Nero Edizioni dal titolo Memestetica.

Clusterduck Collective, Il Quinto Stato, 2018

“L’intera storia dell’arte è oggetto di una continua azione di appropriazione e reinterpretazione”. Tanni, c’è una linea che lei traccia benissimo nel suo volume e che mette in connessione ready-made dadaista, Fluxus, concettualismo, net art, fino alla memetica. Come si dice nel suo libro, “la capacità dell’arte contemporanea di incidere sull’immaginario collettivo si sta lentamente azzerando” e gli artisti appaiono spesso terrorizzati, perché assistono impotenti alla perdita della loro autorità. Si tratta forse della piena attuazione del progetto artistico della modernità, che nel momento stesso in cui si realizza condanna proprio l’arte alla sua fine?

Valentina Tanni: «Io non credo che la trasformazione dei linguaggi dell’avanguardia in gesti quotidiani e la partecipazione di massa alla creazione di immagini coincidano con “la fine dell’arte”. Quello che vedo all’orizzonte è un cambiamento – forse potremmo anche dire un ampliamento – nella nostra concezione di arte e, di conseguenza, anche nella percezione sociale della figura dell’artista. Si tratta di concetti molto ben situati storicamente, e anche se molte persone li percepiscono come sacri e immutabili, sono in realtà cambiati varie volte nel corso del tempo e variano anche in relazione alla collocazione geografica. Questa mutazione è ancora in corso e ci vorranno molti anni – forse decenni – per osservarne con più chiarezza gli effetti. Quando scrivo che la capacità dell’arte contemporanea di incidere sull’immaginario collettivo si sta azzerando, faccio riferimento ai prodotti del “sistema dell’arte” occidentale così come l’abbiamo conosciuto negli ultimi tre secoli».

Riflettere sull’impulso creativo della scena memetica attuale significa anche riflettere sulla natura dell’immagine fotografica e su come sia cambiato il senso creativo e concettuale della fotografia; lei nel suo volume parla di “disseminazione inarrestabile del fotografico” nonché di un paradosso legato alla ricomprensione del fotografico, tra immediatezza e manipolazione, tra spontaneità e ridefinizione del “fotomontaggio” grazie alle app…

V. T.: «Si, la mia riflessione parte dall’immagine fotografica. Nei primi capitoli del libro affronto questo tema cercando di analizzare i cambiamenti avvenuti nel campo della fotografia, non tanto a livello tecnico quanto concettuale e filosofico. La fotografia digitale, insieme all’avvento di Internet, ha determinato una rivoluzione nel modo in cui ci relazioniamo con le immagini, sia in termini di utilizzo e manipolazione, sia per quanto concerne il rapporto tra fotografia e testimonianza. Il nostro rapporto con le immagini fotografiche è divenuto “schizofrenico”: da un lato si fotografa di continuo, esibendo gli scatti online come prova dell’esperienza; dall’altro si dubita della genuinità di qualsiasi immagine perché siamo profondamente consapevoli della natura degli strumenti di manipolazione (che spesso usiamo in prima persona)».

Dalla foto, il passo successivo è quello dell’animazione, o meglio della “messa in movimento” che avviene tramite le GIF, una sorta di meticcio tra fotografia e video. Come si spiega il loro successo, soprattutto nel settore espressivo dei social network? E cosa hanno di innovativo e di esteticamente intrigante le GIF?

V. T.: «Le GIF animate hanno l’incredibile pregio di essere leggere, veloci, compatibili con qualsiasi tipo di browser, sito o sistema operativo, facili da creare e condividere. Sono l’incarnazione perfetta del concetto di “digital folklore” (l’espressione è dell’artista e teorica Olia Lialina), un lessico amatoriale e popolare che è parte integrante della storia della rete e dei suoi utenti. Un altro elemento importante è rappresentato dall’utilizzo del loop, inteso come dispositivo di ripetizione ciclica. La reiterazione circolare – e potenzialmente infinita – di una breve sequenza rafforza l’effetto emotivo del contenuto creando una specie di “stato di sospensione” che finisce per potenziare il messaggio».

Eric Fleischauer, Universal Paramount, 2010

Le andrebbe di fare riferimento a qualche esempio performativo che negli ultimi anni ha fatto saltare in maniera evidente il rapporto distintivo tra artista e fruitore, nonché tra specializzazione e dimensione amatoriale? E per chiudere, a tal proposito, lei pensa che siamo dinanzi all’esautoramento definitivo del concetto di autorialità in ambito creativo?

V. T.: «No, non credo che la figura dell’autore sia destinata a scomparire, sostituita in toto da processi artistici collaborativi e anonimi. Credo però che il concetto di autore come lo abbiamo storicamente conosciuto abbia perso di centralità da tempo. Già Italo Calvino negli anni Sessanta, in Cibernetica e fantasmi, aveva individuato alcuni elementi anacronistici e grotteschi nella figura dell’autore, quando lo definiva ironicamente “questo personaggio a cui continuiamo ad attribuire funzioni che non gli competono, l’autore come espositore della propria anima alla mostra permanente delle anime, l’autore come utente d’organi sensori e interpretativi più ricettivi della media, l’autore questo personaggio anacronistico, portatore di messaggi, direttore di coscienze, dicitore di conferenze alle società culturali”.
Per quanto riguarda gli esempi che mi chiede, ne cito solo due tra i mille possibili: il primo è MARBLECAKEALSOTHEGAME, un progetto di hacking performativo nato in maniera spontanea su 4chan nel 2009 e portato avanti collettivamente e in maniera anonima dagli utenti del sito.
Il secondo, più recente, è rappresentato da una catena memetica che si è sviluppata su TikTok nel 2020, nata anch’essa in maniera completamente casuale, e che ha finito per produrre un intero musical originale basato sul film Ratatouille».

@Credit photo Courtesy Degli Artisti

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