Violare: a proposito di Wilhelm von Gloeden (I)

Un’Arcadia di giovani corpi provocatoria e scandalosa

Cosa avviene nel momento in cui ci si rende conto che essere fotografati e fotografare è come una sorta di “violazione” della immagine personale e della sfera sociale dell’individuo? È un qualcosa che in passato non veniva considerata ma che, successivamente, ha generato non pochi problemi. Le abitudini di un tempo passato sono state sostituite con altre e rimpiazzate, e non sempre questo ha significato un progresso morale.

“Io sento che la fotografia crea e mortifica a suo piacimento il mio corpo” così definisce una delle sue esperienze Roland Barthes parlando di fotografia. Lo spectrum è uno dei ruoli che la fotografia ci offre di interpretare, ovvero quello della persona fotografata. Il soggetto che si sente debole rispetto all’operator, il fotografo, che ha la situazione in mano insieme alla sua macchina. La sensazione che si prova nell’essere davanti all’obiettivo è quella di immedesimarsi in un bersaglio, essere in balia del fotografo che sta per sparare il colpo ed immortalare per sempre quel momento.

Il punto è che “Fotografare una persona equivale a violarla, vedendola come essa non può mai vedersi […] equivale a trasformala in oggetto che può essere simbolicamente posseduto” scrive Susan Sontag.
Questo è quello che avviene nel momento in cui si crea un ritratto, si viola e ci si impadronisce di quell’istante.
Termini come violare, possedere e sfruttare sono stati protagonisti negli anni ’30 nel momento dell’accusa di “detenzione e commercio di foto pornografiche” da parte di un funzionario del tribunale di Messina nei confronti di Pancrazio Bucinì, detto il Moro.

Chi era il Moro? Fidato assistente ed erede del fotografo di origini tedesche Wilhelm von Gloeden, possedeva un archivio di lastre e di stampe dell’artista in questione, accusato quindi di aver creato e commercializzato contenuti pornografici tra la fine dell’1800 e l’inizio del 1900. Ma partiamo dalle origini.

Wilhelm von Gloeden, barone tedesco, ammalatosi di tubercolosi venne trasferito, sotto consiglio di medici, in Italia all’età di 22 anni. Prima a Napoli e poi a Taormina, von Gloeden riuscì a guarire e innamoratosi dell’Italia decise di rimanerci. Una volta arrivato in Sicilia, sotto consiglio di un cugino fotografo di Napoli, decise di iniziare la sua avventura da fotografo, dilettandosi nello stile pittorialista. Vedute paesaggistiche e marine non erano famose quanto i suoi nudi che vennero acclamati soprattutto anche all’estero.

Creando la nuova realtà Arcadia, un luogo immaginario di valenza mitologica dove l’uomo e la natura convivevano in armonia, von Gloeden ritraeva en plein air soprattutto ragazzi contornati da drappeggi, piante e foglie che trasmettevano la sensazione di trovarsi in epoche e luoghi lontani. Von Gloeden amava l’artificio all’interno della fotografia, era tutto curato fino alla scenografia (o tableaux vivants) che progettava insieme alla sorellastra Sofia Raab. Ritraeva anche delle ragazze, ma i suoi soggetti preferiti erano i ragazzi in quell’età di transizione, tra il bambino e l’adolescente, la grazia che stava per trasformarsi in virilità.

Grazie ai suoi scatti in giro per l’Europa usati anche come cartoline per rappresentare la città di Taormina, divenne famosissimo e molto ricco, tanto da riuscire a sostenere anche la famiglia rimasta in Germania. La sua casa divenne un salotto di intellettuali, artisti, attori e studiosi che soggiornavano appositamente in Sicilia per andare a trovarlo.

Oltre alla rappresentazione che lui stesso aveva inventato con Arcadia e i personaggi rappresentati, rese così famoso von Gloeden anche un aspetto che, per quell’epoca, fu  essenziale, ovvero l’apprezzamento del pubblico omosessuale. Scrive Raffaella Perna “Secondo Charles Leslie, Gloeden è uno dei rarissimi uomini del XIX secolo a rifiutarsi di negare le proprie preferenze per assecondare la morale del tempo e per integrarsi nella società occidentale”. Grazie a Von Gloeden, in quell’epoca Taormina divenne molto nota e famosa, brulicava di turisti e intellettuali, tanto che contribuì all’economia del Paese e le sue fotografie vennero pubblicate in numerose riviste tra cui anche The National Geographic Magazine.

Ma cosa accadde poi? Dopo la morte di von Gloeden, il suo fedele assistente ereditò tutto il suo archivio di stampe e lastre create negli anni e decise di continuare la sua attività di cartolaio in quanto le immagini di von Gloeden continuarono ad avere successo anche dopo la morte del suo autore.

Tutto ciò fino a quando tutto l’archivio e i fondi di von Gloeden vennero sequestrati dalla polizia, accusando l’assistente, di “detenzione e commercio di foto pornografiche”. Sempre Raffaella Perna scrive “il processo, svoltosi in pieno regime fascista, si conclude nel 1941 con un’assoluzione; […] apprendiamo le ragioni del giudizio: le foto di Gloeden non vengono ritenute fotografiche e lesive del pubblico pudore perché, pur mostrando corpi nudi e ‘senza la foglia di fico’ ritraggono gli organi genitali maschili in modo tale ‘da non potere suscitare sentimenti erotici’. Inoltre, l’espressione compiuta dei soggetti, secondo il giudice, non esprime ‘concupiscenza carnale’ ”.

Quindi dopo un attento esame  dei  corpi  dei modelli nudi, si arrivò alla conclusione che Von Gloeden non volesse rappresentare quello di cui era stato accusato insieme al suo assistente, ma semplicemente la realtà diversa e onirica che è Arcadia con i propri abitanti. Purtroppo però questo comportò la perdita di numerose stampe e lastre distrutte dal Moro stesso. Ma quindi perché all’epoca di von Gloeden (ricordiamo a cavallo tra fine 1800 e inizio 1900) non destò scalpore questo nudo adolescenziale rappresentato negli scatti?

È semplice, perché in quegli anni, oltre ad essere quotidianità il nudo nei posti di mare, mancava la codifica attorno alla figura del bambino/ragazzo adolescente, non c’era una considerazione e una collocazione specifiche di questo nella società odierna. E non solo ciò non destava scalpore ma i giovani modelli e le loro famiglie erano anche ben pagati, perciò non avevano di che lamentarsi. Anche l’orientamento sessuale del fotografo, che negli anni del regime fascista non era contemplato, all’epoca nella cultura popolare era visto più come una fase preparatoria dell’educazione sessuale del ragazzino. Quindi non era considerata una stranezza o una perversione da condannare.

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Published by Vittoria Iannone