La sublimazione della sofferenza in uno scatto

Al Lucca Center of Contemporary Art, si inaugura la mostra dedicata al breve viaggio di vita e artistico dell’artista svizzero che trasfuse nel bianco e nero luci e ombre esistenziali.

Se condividete l’opinione di Godard che ogni tecnica deve rimandare a una metafisica e, come Rivette, accusate Pontecorvo di oscenità perché in Kapòl’inquadratura in cui Riva si suicida gettandosi sui reticolati elettrici” era ripresa da un regista (definito genericamente un uomo) che “a quel punto decide[va] di fare una carrellata in avanti per inquadrare il cadavere dal basso, curando di far coincidere esattamente la mano tesa con un angolo dell’inquadratura”, e perciò aveva “diritto soltanto al [suo] più profondo disprezzo”, ebbene in questo caso Bischof non sarà mai nelle vostre corde perché nei suoi scatti la denuncia del dolore non è mai disgiunta da una tensione estetica altrettanto forte.

La visita potrebbe cominciare dal secondo piano, dalle immagini che Bischof dedica alle contraddizioni stridenti del Giappone post bellico. Già confrontando Spogliarello, Tokyo 1951, Giornale murale e Vittima di guerra (stessa data e città), lo stridere della metropoli/necropoli colpisce alla gola. Noi guardiamo loro, immortalati nella sospensione di uno scatto, mentre loro – al contrario – ci escludono da quell’attimo rubato con delicatezza. Lussuria e abbandono, la tragedia umana sembra scivolare qualche passo oltre, nel breve scarto tra presente reale e possibilità immaginifica.
Il bianco e nero di Bischof si tinge sempre di poesia e pare quasi anticipare estetiche posteriori, sia per i piani cinematografici che per la perfezione compositiva. Ad esempio, Asciugatura della seta, Kyoto 1951, rimanda inevitabilmente alle immagini di Gong Li in Yu Dou di Zhang Yimou – e come in Psycho, Gus Van Sant dovrà supplire alla maestria con la macchina da presa di Hitchcock, utilizzando il colore, così parrà che il regista cinese abbia intinto i suoi tessuti in scarlatto e zafferano per riproporre al cinema l’asciutta perfezione dei nastri al vento di Bischof.

Il gusto per la stampa nipponica emerge alcuni scatti oltre: nella leggerezza dei chiaroscuri spennellati di neve, nella nodosità degli alberi e nella precisione delle linee orizzontali e verticali che creano sensazioni di quiete miste a una aspirazione verso quella verticalità che punta, come un dito, verso il cielo – in Il cortile del tempio di Meiji, Tokyo 1952. Se l’ultimo viaggio in Perù è contraddistinto dall’immagine emblematica e solitaria del ragazzo che suona il flauto in Sulla strada per Cuzco, Perù 1954; la contraddizione verso La città che sale, di boccioniana memoria, si ritrova in Operaio edile, New York City 1953, che pare presagire quella classe operaia che vorrebbe liberarsi dell’armatura di cemento e ferro che la stringe e costringe.
A Hong Kong, Bischof si spinge fino a ritrarre la sensazione pura: la calura e la spossatezza del mezzogiorno che traspira dai corpi addormentati, o la freschezza pungente della brezza marina che spazza le nubi a cumuli e spiega le vele delle Giunche – Hong Kong 1952. E a chiusura di visita, strani accostamenti stupiscono, come l’ombrello di foglie essiccate del Contadino cambogiano, 1952, che nella sua imponenza e nello sguardo rivolto alla camera della mucca, in prima piano, ricorda quel Picasso, immortalato da Robert Capa, che fa ombra a Françoise Gilot, fulgida bagnante a Golfe-Juan.

Scendendo al primo piano si riaffacciano i rimandi cinematografici, come in Girotondo, Freiburg im Breisgau 1945, che pare uno scatto dal set di Germania anno zero di Rossellini. Le medesime macerie intorno alle quali giocano i bambini – soli al centro della distruzione. Il medesimo senso di abbandono coraggioso. I medesimi bianco e neri che attenuano la tragedia restituendo la sensazione di trovarsi di fronte a resti archeologici (e non a case appena bombardate) e drammi lontani nel tempo, figli di una barbarie ormai spenta. Ma tanti, sono anche i rimandi pittorici. Come per la Locanda nella Puszta, Ungheria 1947, dove la composizione con gli uomini con cappello seduti intorno a un tavolo, e questo in primo piano e in qualche misura instabile, sembrano la fotografia dell’originale I giocatori di carte di Cézanne, versione del 1890/92 ora a Philadelphia (per non parlare dell’impressionante rassomiglianza tra l’uomo che regge il bicchiere e il giocatore sulla sinistra del quadro). O ancora, in Scarico di granaglie, porto di Calcutta 1951, dove i corpi hanno rotondità scultoree e le montagne di grano la consistenza pulviscolare del carboncino.

Ai bambini Bischof dedica uno spazio importante del proprio lavoro, soprattutto quando raccontano un pezzo di mondo attraverso i loro giochi infantili, come in Ripiglini, Maastricht 1945. Mentre un utilizzo insieme improprio eppure vitale di uno strumento di morte traspare da Filo spinato usato come corda per il bucato, Corea 1952. Perché vi è sempre un fuori e un dentro, un senso di esclusione e di preclusione, un’intrinseca contraddizione, una dicotomia insanamente irriducibile che non dà tregua alla nostra società capitalistica – e che è al centro dell’obiettivo di Bischof. E forse non a caso, nel 2007 Steve McCurry immortala Mother and Child, a Mumbay, consegnandoci l’immagine di una donna con in braccio una bambina, sotto la pioggia, che cerca la carità a un anonimo, aldilà del finestrino; mentre oltre mezzo secolo prima, Bischof in Padrone, stiamo morendo…, Bihar 1951, ritraeva una folla di donne che pregavano per una rupiah i ricchi trincerati in un veicolo – che proteggeva gli uni ed escludeva gli altri.

Gli ultimi scatti in mostra, seguendo il percorso come abbiamo fatto noi, sarebbero i primi, che restituiscono le basi estetiche delle scelte etiche future. Lo studio del banco e nero, l’esaltazione delle forme sotto le luci dei riflettori, le foto patinate di moda, gli esperimenti compositivi e i primissimi piani in inquadrature geometricamente ineccepibili. Il côté estetico che Bischof saprà sublimare nell’impegno sociale della fotografia posteriore.

La mostra continua:
Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art
via della Fratta, 36 – Lucca
fino a martedì 7 gennaio 2020
orari: da martedì a domenica, dalle ore 10.00 alle 19.00

Werner Bischof. Classics
I sezione – Zurigo 1934/1945
II sezione – L’Europa e le conseguenze della guerra 1945/1950
III sezione – India 1951/1952
IV sezione – Giappone 1951/1952
V sezione – Corea 1951/1952
VI sezione – Hong Kong 1952
VII sezione – Indocina 1952
VIII sezione – Nord e Sud America 1953/1954

a cura di Maurizio Vanni e Alessandro Luigi Perna
organizzazione Lu.C.C.A. e Omina
in collaborazione con Werner Bischof Estate – Magnum Photos
in partnership con Photolux Festival
con il supporto di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Gesam Luce+Gas
con il patrocinio di Regione Toscana, Provincia di Lucca, Comune di Lucca, Camera di Commercio di Lucca, Confindustria Toscana Nord, Confcommercio Province di Lucca e Massa Carrara, Confesercenti Toscana Nord e Confartigianato Imprese Lucca.

Foto: Shinto priests, Tokyo, Japan, 1951© Werner Bischof / Magnum Photos

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