La costruzione di significato delle suggestioni emozionali

Esplorare è il desiderio ancestrale dell’essere umano, un’urgenza fisiologica ed emotiva che necessita di essere soddisfatta prima che l’individualità si inaridisca screpolandosi al sole. Chi durante quest’ultimo periodo di reclusione in casa non ha mai fantasticato di solcare i mari o di addentrarsi nelle verdi giungle, di correre con il vento che sferza sul viso o ancora di camminare sulla sabbia delle dune nel tepore evanescente di un tramonto. La commistione di quel brivido che sale sulla pelle e del battito impazzito del cuore è un mix esplosivo che permette all’emozione di stanziarsi nel profondo imprimendosi come il bagliore lunare.

Non sempre si è pronti a rispondere alla chiamata dell’avventura, come scriveva Christopher Vogler nel saggio Il Viaggio dell’Eroe, ma dopo un primo momento di esitazione non si può fare a meno di intraprendere il cammino. Non è un caso che Vogler faccia riferimento al mito dell’eroe nato nella Grecia di età arcaica, e già ripreso da Joseph Campbell in L’eroe dai mille volti per delineare la somiglianza tra il protagonista della narrazione e appunto la figura mitica dell’eroe. Entrambi devono confrontarsi con il viaggio, la lotta contro il male, il sacrificio e la resurrezione, in nome di un bene più grande, ignari della trasformazione che il percorso iniziatico agirà su di loro, cambiandoli per sempre.

Ed è proprio nella Grecia del VI-VII sec. a.C. che nasce la figura canonica dell’eroe dotato di spalle larghe, braccia e gambe possenti, ginocchia agili e piedi veloci, connotazioni fisiche che gli permettono di vincere i nemici; è curioso notare come questi stessi attributi si evidenzino anche nello stesso periodo nell’uomo di nobili natali che dovendo dare prova di sé per ottenere la stima e il prestigio sociale si trova ad aver bisogno di un idoneo armamentario.
Per lo stesso motivo verso la fine del periodo arcaico anche la tecnica, che abbraccia l’astuzia, la destrezza e la padronanza di determinate pratiche, entra nel bagaglio esperienziale dell’eroe così come in quello del nobile che prende parte alla gara per la supremazia. Ecco che nelle rappresentazioni Eracle non lotta più il leone di Nemea in piedi, ma combatte come un lottatore professionista mostrando la strategia della tecnica, la stessa astuzia che userà Perseo per decapitare Medusa.

Ogni impresa suscita, oltre a un’attrazione magnetica, la costruzione di un immaginario epico e leggendario che si perpetua attraverso il racconto reiterato di storie e vicissitudini, divenendo immortale. L’eroe trasuda un fascino intramontabile che continua oggi a tradursi e reinterpretarsi nei panni di personaggi carismatici, eclettici, imprevedibili, con uno spiccato intelletto e una buona carica di comicità che allo stesso tempo sconvolgono e riaffermano lo stereotipo tradizionale dell’eroe incarnandosi in Indiana Jones o Jack Sparrow, nuove icone dell’eroismo contemporaneo.

L’attrattiva per l’universo d’avventura, nonostante qualche deviazione verso un orientamento più tendente all’azione e al fantastico, non ha smesso di esercitare il suo potere sedutivo. Non è un caso che proprio quest’estate sarebbe dovuto uscire in sala Jungle Cruise con Dwayne Johnson ed Emily Blunt, che sembra riprendere di pari passo le atmosfere e le dinamiche dei cult d’avventura degli anni ’80 come All’Inseguimento della pietra verde, Allan Quatermain e le miniere di re Salomone o lo stesso Indiana Jones e il tempio maledetto.

A far riflettere sullo spesso sottovalutato potenziale del genere d’avventura è anche il fatto che in ambito museale negli ultimi anni, grazie all’affermazione della tipologia del museo relazionale e all’accrescimento di metodologie interattive all’interno dello stesso spazio museale, le sperimentazioni sia nel campo dell’allestimento che delle visite e dell’attività didattica si siano fortemente avvicinate all’esperienza codificata dalla tipologia avventura, come ad esempio il caso della mostra su Damien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelievable al Palazzo Grassi di Venezia nel 2017, che attraverso l’attrazione per il mistero e l’antico miticizzato realizzava una narrazione fittizia nella quale veniva proposto un viaggio negli abissi alla ricerca di antichi tesori; ma si potrebbero anche elencare le innumerabili attività di caccia al tesoro proposte dai musei sotto forma di visite o laboratori didattici.

Da simili corrispondenze emerge l’importanza di meditare e rivalutare un genere che ha dimostrato e continua a dimostrare non solo una tenacia fuori dal comune, riuscendo a sopravvivere alle esigenze del mercato e alle altre utopie che hanno provato a oscurarlo, come quella del consumismo con la sua dottrina della comodità del “clicca e compra” che per qualche tempo ha fatto dimenticare la fatica e gli ostacoli per ottenere i veri tesori, ma che inoltre sprigionando valori universali continua a dimostrare un’innata efficacia in termini di impatto emotivo, esperienziale e di conseguenza didattico.

La forza dell’evasione amalgamata in salsa ludica è un potere da tenere presente in quanto arriva dove altre narrative non riescono, lì dove c’è il cuore e dove la capacità di sentire, e di provare emozione travolge la monotonia, fabbricando i mattoni della memoria e incollandosi indelebilmente all’identità del singolo e alle sue aspettative. Il tocco di Mida trasmutava in oro il reale, similmente l’avventura costruisce un universo ideologico ricco, immortale e fortemente attrattivo capace di donare eternità al transitorio e di sedimentarsi attivamente nella coscienza collettiva.

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