venerdì , 28 luglio 2017
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Giovanni Boldini, Ritratto della principessa Radzwill, olio su tela, 82x91 cm, Collezione privata

Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento
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Inaugurata l’11 gennaio scorso nel prestigioso Palazzo Martinengo di Brescia, la mostra Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento rappresenta uno splendido affresco di ciò che di meglio l’arte italiana produsse durante tutto quel secolo: raffinatezza e moti dell’animo, carni adamantine e capelli arruffati, sguardi ripiegati verso le campagne e aperture internazionali. …


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Un secolo elegante e burrascoso: l’Ottocento italiano

Inaugurata l’11 gennaio scorso nel prestigioso Palazzo Martinengo di Brescia, la mostra Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento rappresenta uno splendido affresco di ciò che di meglio l’arte italiana produsse durante tutto quel secolo: raffinatezza e moti dell’animo, carni adamantine e capelli arruffati, sguardi ripiegati verso le campagne e aperture internazionali. Una mostra ricca da scoprire

Divisa in otto sezioni, la mostra Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento passa in rassegna molta della cultura artistica che provenne dai grandi artisti italiani di quel secolo. Il primo momento dell’esposizione è dedicato ad un tardo, ma ancora vitale, Neoclassicismo, rappresentato da un elegantissimo ed olimpionico dipinto di Andrea Appiani (Venere allaccia il cinto a Giunone, 1810-1812) che ci accoglie in questo secretissimo studiolo fuori dal tempo. Le carni candide ed adamantine di Gaspare Landi e di Luigi Ademollo ci accompagnano verso lo straordinario gesso di Amore e Psiche stanti di Antonio Canova, modello delle sculture del Louvre e dell’Ermitage. Da citare anche il dipinto dello stesso Canova, Le Grazie del 1799, che ci ricorda che il genio di Possagno non fu solo uno straordinario scultore, ma anche un ottimo pittore, capace di padroneggiare il linguaggio pittorico in tutte le sue sfaccettature.

Il Romanticismo, che ebbe non poche difficoltà ad affermarsi nel nostro Paese, trovò in Lombardia un terreno fertile per un suo sviluppo italiano. Le tre grandiosi opere di Francesco Hayez testimoniano l’importanza di questo artista nel panorama artistico italiano di inizio Ottocento: la tavolozza intensa, i temi patriottici ed il trattamento dell’immagine preciso ed eloquente, fanno di Hayez un artista irrinunciabile ed il titolo della mostra bresciana lo elegge proprio come uno dei due estremi che identificano il percorso visivo all’interno dell’Ottocento. Ma il Romanticismo non è solamente Hayez, ma è popolato anche da anime come quelle di Giuseppe Molteni, qui rappresentato con il raffinato Ritratto di un collezionista del 1825, esposto per la prima volta in pubblico, o di Pelagio Palagi, e qui merita una menzione speciale il suo splendido Newton che osserva la rifrazione dei colori della luce nei corpi fisici delle bolle di sapone del 1827, opera commissionata dal collezionista bresciano Paolo Tosio. Siamo lontani rispetto ad Hayez: nulla vi è qui di patriottico e sofferente, e il dipinto storico viene declinato secondo categorie aristocratiche che guardano il passato non carpendo gli umori del presente. Un presente che viene interpretato, in maniera molto personale, da Giovanni Carnovali detto il Piccio, autore di dipinti naturalistici e di ritratti tremolanti, prodromi di quello che avverrà qualche anno dopo con la Scapigliatura. E proprio quest’ultimo movimento rappresentò un vero e proprio schiaffo culturale nell’Italia post-risorgimentale. La ricerca dell’unità delle arti fu una novità che, se da un lato si declinò con la rappresentazioni di scene semplici, lontane dai dipinti storici degli altri movimenti, dall’altro si legò a quella temperie europea che predicava l’universalità e la compenetrazione delle diverse arti. La punta di diamante dell’iceberg fu, senza alcuna ombra di dubbio, il pavese Tranquillo Cremona e i tre dipinti esposti in mostra mostrano bene il rifiuto di ogni accademismo, la lontananza dalle tematiche aristocratiche e l’insofferenza verso il passatismo. Le sue tele lavorano la questione del movimento, del non finito, di uno sfumato dal quale emerge la figura come apparizione carnale. In questa linea troviamo anche Daniele Ranzoni, Gaetano Previati e Luigi Conconi.

Si giunge così al cuore della mostra, a quel gruppo che rappresenta il movimento artistico più importante dell’Ottocento italiano ed una delle avanguardie più originali dell’Europa dell’epoca: i Macchiaioli. Il curatore Davide Dotti costituisce un corpus di opere molto importante, la maggior parte delle quali provenienti da collezioni private. Cuore dell’esposizione e trait d’union tra la prima e la seconda parte della mostra, le stanze dedicate ai Macchiaioli sono numerose ed affascinanti e accolgono importanti opere di Giovanni Fattori (da ricordare La mandriana, opera rintracciata dallo stesso Dotti e presentata per la prima volta al pubblico in questa occasione), Telemaco Signorini (la sterminata e romantica campagna di Mattino sull’Arno (Renaioli) si confronta con la malinconica solitudine del Bambino a Riomaggiore), Silvestro Lega, Vincenzo Cabianca e Giuseppe Abbati. Il colorismo si accentua maggiormente con il pisano Odoardo Borrani e il pesarese Vito d’Ancona, ma le tematiche rimangono sempre le stesse: vite minime, scene semplici, paesaggi agresti che colgono la calma delle scene delle campagne militari risorgimentali.

Orientalisti romantici e pittori viaggiatori costituiscono la quinta breve sezione della mostra, dedicata proprio agli “Orientalisti” il cui culmine è senza dubbio rappresentato da La piazza dell’ippodromo di Costantinopoli di Ippolito Caffi, dove la sapienza costruttiva e le architetture orientali sono bagnate da un’avvolgente luce mediterranea. Più di un quarto delle opere esposte compongono un’articolata ed eterogenea sezione che va sotto il nome di “Pittura della realtà” e che attraversa cinque decenni di arte italiana. Opere il cui intento è quello di togliere ogni schermo per riproporre la realtà più vera e maggiormente autentica possibile. Ecco, per esempio, gli interni semplici e le piccole storie della campagna proposte dai fratelli Induno, gli scorci malinconici e realisti del bresciano Angelo Inganni, capace di intensificare la sua tavolozza rendendola estremamente calda quando passa alla rappresentazione degli interni. Una riflessione “atmosferica” è ben chiara in Arnaldo Ferraguti (il suo dipinto Nebbia del 1897 possiede una prodigiosa luce endogena), nel Refugium Peccatorum di Luigi Nono, in Guglielmo Ciardi e in Francesco Lojacono, mentre le scene di genere riaggiornano la grande tradizione italiana grazie a Gaetano Clerici e Alessandro Milesi.

Al Divisionismo italiano è consacrata la penultima breve sezione della mostra, costituita da artisti che, come dice Nicoletta Colombo nel catalogo della mostra, «rinunciarono alla ‘veduta’ per giungere alla ‘visione’». Morbelli, Segantini, Pellizza da Volpedo, Previati, Longoni lavorarono alla scomposizione dell’immagine e alla sua ricomposizione per proporre un’intensa resa della luce, importando le concezioni dei pointillistes francesi. L’aggiornamento artistico di questi artisti traghettò l’arte italiana fino alla fine del primo decennio del Novecento, quando alcuni giovani artisti, che avevano in odio tutto ciò che fosse legato al passato, apparvero sulla scena e resero l’Italia un luogo all’avanguardia per quanto riguarda le nuove acquisizioni artistiche mondiali. Quegli artisti erano dei certi Boccioni, Severini, Balla, Carrà…

La mostra si chiude con una nota elegante e di gusto francese. “Italiani a Parigi nella Belle Epoque” fa riemergere i contatti tra i nostri artisti dell’epoca e quel mondo così vicino e così lontano che rappresenta, ancora oggi, un ineguagliabile momento di raffinatezza e di eccessi. Un mondo rappresentato perfettamente da Giovanni Boldini e da Giuseppe de Nittis e i dipinti esposti mostrano quanto di più francese sia mai stato raggiunto nella pittura italiana, senza dimenticare Federico Zandomeneghi, più riservato degli altri due espatriati, ma in grado di rappresentare il silenzio, quasi il retro delle scene eleganti e mondane.

Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento è una mostra che si presta a molte letture e che rappresenta, senza dubbio, un momento importante di riflessione visiva sulla storia della pittura italiana dell’Ottocento.

Il catalogo, edito da Silvana Editoriale, e curato da Davide Dotti, rappresenta un ottimo strumento per lo studio di quel periodo, strumento che unisce l’agevolezza ad un impianto critico e analitico di ottimo livello.

La mostra continua:
Palazzo Martinengo
via dei Musei, 30 – Brescia
fino all’11 giugno 2017
orari: mercoledì, giovedì e venerdì: dalle 9:00 alle 17:30; sabato, domenica e festivi: dalle 10:00 alle 20:00; lunedì e martedì chiuso

Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento
a cura di Davide Dotti
catalogo Silvana Editoriale, 28€

http://amicimartinengo.it


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